Commenti e retroscena del panorama politico
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ROMA Una telefonata dal tempismo sospetto, le accuse niente affatto velate al governo e a Giorgia Meloni, la sinistra ed Elly Schlein che «dovrebbero chiedere scusa». Giovanbattista Fazzolari parla del Ranucci-gate. Ed è un fiume in piena. «Ranucci dovrebbe spiegare a tutti perché, lui pronto ad attaccare chiunque al primo pretesto, ha sempre difeso il mandante del suo attentato» l’affondo del sottosegretario con delega a Palazzo Chigi con delega al programma ai microfoni dell’Adnkronos. «E sicuramente dovrà chiarire perché, proprio il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una spiegazione da dare sul sopralluogo fatto davanti a casa sua dal faccendiere e dal suo scagnozzo ritenuto vicino alla camorra».
LO SFOGO
Un lungo sfogo del consigliere più fidato di Giorgia Meloni contro un giornalista con cui non è mai corso buon sangue. Dice Fazzolari: «Ranucci dovrebbe scusarsi con FdI e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi» e il pensiero va ai giorni dopo l’attentato nell’ottobre del 2025 — ora si scopre orchestrato da Lavitola — e alle dita puntate, dal conduttore di Report e da nomi di spicco a sinistra, contro il «clima» creato da Meloni. «Report ha sistematicamente insinuato un collegamento tra Fratelli d’Italia e la bomba, chiamando in causa anche me» accusa il veterano del partito di via della Scrofa.
Da sinistra rispondono accusando il governo di voler manovrare la tv pubblica: «Non decidete voi chi condurrà Report» mette in guardia il Pd. Ma Fazzolari incalza nell’intervista a Davide Desario: «È venuto fuori che l’inquisitore delle fragilità altrui aveva tutte le debolezze, le contraddizioni, le opacità che cercava morbosamente negli altri». E si chiede: Ranucci sapeva della bomba? «Se applicassi il metodo Report, la risposta sarebbe scontata. Io però preferisco aspettare gli sviluppi dell’inchiesta. Una cosa è certa, il mandante dell’attentato è un caro amico di Ranucci». Lamenta poi, il sottosegretario, un accanimento continuo contro il suo partito. «Quando è stato sentito dalla Procura di Roma Ranucci avrebbe fatto anche il nome della presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo. Dopodiché, non ancora soddisfatto, dopo l’arresto di Lavitola ha provato a tirare in ballo il deputato Francesco Filini, colpevole di avergli chiesto in Commissione Vigilanza Rai se stesse pensando di entrare in politica. Insomma, un tentativo continuo e scientifico di accostare FdI all’attentato». E per il dopo Report? Fazzolari non si esprime ma si limita a dire che «con la conduzione di Ranucci Report ha perso di credibilità rispetto all’epoca Gabanelli». Se a destra è il momento del redde rationem con il conduttore di Report nella bufera con cui frequenti e anche tesissimi sono stati gli scambi negli anni al governo, a sinistra si dividono sulle sorti di «Sigfrido». Carlo Calenda torna a dire la sua ed è perentorio: «Forse a quel punto è il momento che tu ti faccia da parte». Alla sequela di affondi a Ranucci replica dal Pd Sandro Ruotolo. «La Rai ha bisogno di Report, ha bisogno del giornalismo d’inchiesta. La politica faccia la politica, la magistratura faccia il proprio lavoro. E la Rai sia finalmente libera e indipendente dal potere politico». L’eurodeputato e responsabile informazione del Pd si scaglia ccontro Matteo Salvini, che chiede al conduttore di fare un passo indietro. «Non può essere il vicepresidente del Consiglio a decidere il futuro professionale di un giornalista della Rai»; contrattacca Ruotolo. «E non può essere il governo a stabilire chi debba o non debba condurre un programma del servizio pubblico».
LA CAUTELA A SINISTRA
Cautela, è la parola d’ordine. Tanto più che osserva dal Nazareno chi è vicino a Elly Schlein a destra ancora una volta fanno i garantisti «a giorni alterni»: quando le inchieste lambiscono personaggi legati alla maggioranza, da Delmastro a Santanchè, si invoca la presunzione di innocenza e il rispetto delle garanzie.
Quando invece si tratta di Ranucci e Report, bastano «un’intercettazione, una frase estrapolata o un sospetto» per costruire «un processo politico e mediatico». Un «doppio standard inaccettabile», per i dem.
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