29.01.2026
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Economy

L’oro termometro della politica monetaria


Nella tarda serata di oggi conosceremo le decisioni di politica monetaria che avrà adottato la Federal Reserve e sarà altrettanto interessante apprendere le motivazioni che ne daranno il consueto comunicato e, soprattutto, le dichiarazioni del presidente Jerome Powell.

Il contesto

Il contesto in cui si svolge la riunione del Comitato monetario della Fed non è tranquillo per molti aspetti: dalle gravissime violenze commesse dall’Ice a Minneapolis, anche se appare ora qualche segnale di riduzione della tensione, alla diffusione di un sentimento di incertezza che sollecita a investire nell’oro il quale ha superato i 5 mila dollari l’oncia e si avviverebbe verso i 6 mila, anche per le preoccupazioni che vengono dal Giappone per le reazioni della moneta alle misure fiscali del governo nipponico.

Ma non per ultime concorrono le preoccupazioni che iniziano a formarsi sul debito Usa e per i contrasti che si stanno vieppiù evidenziando con l’Europa innanzitutto per la questione Groenlandia, benché con “alti” e “bassi”, come pure le reiterate critiche e azioni di Donald Trump contro la Banca centrale americana. Difficoltà geopolitiche che possono definirsi “tout court” politiche gravano anche, ovviamente, sull’attività delle Banche centrali.

In questo contesto problematico, è molto probabile che la Fed non deciderà variazioni dei tassi di interesse di riferimento. Come si sa, essa ha due mandati: il mantenimento della stabilità vedi prezzi e il sostegno all’occupazione. Spesso è costretta a un bilanciamento tra i due obiettivi-vincoli.

Ora, gli ultimi dati su crescita del Pil e sulla disoccupazione sono positivi (oltre il 4% nei due fattori), mentre l’inflazione si attesta intorno al 2,7% a fronte del target del 2% che sancisce il conseguimento della stabilità monetaria. Con un dollaro debole e i dati suddetti, si riducono decisamente gli spazi per ulteriori riduzioni del costo del denaro, essendovi anche l’esigenza di una discesa dell’inflazione verso l’obiettivo.

Un mancato taglio dei tassi probabilmente esporrà Powell a nuovi insulti e cachinni da parte di Trump che concepisce la leva monetaria orientata in una esclusiva direzione, alla riduzione cioè del costo del denaro. Ma Powell ha dimostrato di essere un “hombre vertical” e di voler continuare il percorso fino alla scadenza del mandato a maggio con rigore istituzionale e morale.

L’ingerenza di Trump nella Fed (ha pure proibito che essa progetti il dollaro digitale e sostiene a spada tratta i “cripto asset” che vuole inserire nelle riserve valutarie del Paese) mina il sistema dei “pesi e contrappesi” su cui si basa la democrazia, dà un segnale negativo al mondo, trattandosi della prima Banca centrale, sottovaluta il ruolo del settore bancario e finanziario e, prima ancora, la tutela del risparmio nonché la stabilità.

Per ingaggiare una lotta contro Powell, Trump ha voluto che venisse denunciato perché avrebbe mentito al Congresso sulla spesa da sostenere per la ristrutturazione della sede della Fed. Powell ha subito risposto, sicuro della correttezza del suo operato. Di fronte a questo atteggiamento del Capo dell’Esecutivo, undici banchieri centrali hanno manifestato solidarietà al collega americano e dure critiche a Trump: è la prima volta che ciò accade.

Gli scenari

Il tycoon dice di avere in serbo un nome per la successione alla Fed e opera nel modo accennato perché vorrebbe che Powell si dimettesse al fine di avere un meno ristretto tempo per preparare, ma non anche con l’aiuto di un fedelissimo banchiere centrale, le elezioni di Midterm che non si prospettano a lui favorevoli.

L’autonomia della Banca centrale è fondamentale per gli Usa e per il contesto internazionale. Di qui l’attenzione a livello internazionale alle decisioni della Fed, ma anche la necessità di rianimare le istituzioni internazionali, evitare il crescere della frammentazione e almeno tentare di raccordare, fin dove possibile, gli indirizzi di politica economica e monetaria.

L’oro segnala con la sua abnorme quotazione ciò che non va nelle politiche di quest’ultimo tipo. Il segnale va colto cominciando da ciò che può e deve farsi a livello internazionale. La dottrina “Donroe” non è immodificabile.


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