Notizie Nel Mondo - Notizie, affari, cultura Blog Funny Science «Lo vidi un attimo prima che morisse. Oggi sono pronta per il mio debutto. Il testamento? Ha scritto anche a chi dare i cuscini del divano»
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«Lo vidi un attimo prima che morisse. Oggi sono pronta per il mio debutto. Il testamento? Ha scritto anche a chi dare i cuscini del divano»


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Alla vigilia della sua prima collezione di alta moda senza Giorgio Armani, Silvana Armani rompe il silenzio e racconta il passaggio più delicato della sua vita professionale e personale. Nipote dello stilista, sua collaboratrice per quarant’anni, oggi guida il womenswear del gruppo e Armani Privé. In un’intervista a la Repubblica, ripercorre il legame con lo zio, gli ultimi istanti insieme e il peso di un’eredità che va ben oltre la moda.

«A casa lo zio, al lavoro signor Armani»

Silvana Armani racconta un rapporto fatto di disciplina, affetto e rispetto dei ruoli. «A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti», spiega, ricordando come la distanza professionale fosse una regola imprescindibile. Eppure, dietro l’icona, c’era anche altro: «Se era in buona, era divertentissimo: alle prove si metteva gli orecchini e le acconciature delle modelle, scherzava, rideva». Poi c’era l’altra faccia, quella più temuta: «Quando era arrabbiato, era complicato: appena lo si sentiva arrivare urlando, in ufficio si creava il vuoto».

Per lei Armani è stato anche una figura genitoriale, soprattutto negli anni segnati dalle malattie dei genitori. «Era molto protettivo. Quando uscivo iniziava: “Dove vai? E perché? Stai attenta”. Ripeteva che è pieno di squali. Col senno di poi, aveva ragione». Un rapporto costruito giorno dopo giorno, «una palestra», come la chiamava lui, che l’ha temprata e preparata al momento più difficile: «All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo. Finché mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo». Ancora oggi, confessa, quel dialogo non si è interrotto: «Mi chiedo come avrebbe fatto lui. Ogni istante. Poi magari faccio il contrario, non per mancanza di rispetto. Rendo la sua visione a modo mio».

L’attimo prima della morte

Il ricordo più intimo arriva quando parla dell’addio. «L’ultima volta che lo ho visto? Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli occhi, ha sorriso e se n’è andato». Un momento che l’ha lasciata smarrita: «All’inizio mi sono sentita persa». Ma subito dopo è arrivata la consapevolezza della responsabilità: «Si va avanti. Devi: la Giorgio Armani Spa ha novemila dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro».

L’eredità e il testamento

Silvana Armani racconta anche il lato più concreto, quasi maniacale, dell’eredità lasciata dallo stilista. «Il testamento è stato molto preciso», dice, con un sorriso che mescola stupore e tenerezza. «Ha indicato pure a chi dare i cuscini del divano, incredibile».

Nessuna sorpresa, invece, sulle scelte di governance: «Leo era la persona che gli era più vicina: è stata la scelta giusta». E sottolinea come lo stesso Armani avesse voluto decisioni condivise: «Le decisioni più importanti vengono prese collegialmente. Leo da solo non può farlo, e neppure io».

Un’eredità pesante, che in passato l’ha fatta vacillare: «C’era la paura di restare schiacciata da una simile eredità». Ma oggi Silvana Armani è ancora lì, a portare avanti il nome e la visione, con una consapevolezza nuova e una domanda che continua ad accompagnarla, come un filo invisibile: “Cosa avrebbe fatto zio?”.


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