01.02.2026
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Politics

l’Italia ritira l’ambasciatore. «Troppe cose non tornano, non arretriamo»


«Non intendo arretrare di un solo millimetro. Non esiste. L’ho promesso a quelle famiglie e manterrò la mia parola fino all’ultimo». Giorgia Meloni ha tenuto il punto, durissima, nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi con l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, richiamato a Roma dopo che il Tribunale di Sion ha disposto sabato scorso la scarcerazione di Jacques Moretti dietro il pagamento di una cauzione di 200mila franchi sborsate da un imprenditore di Ginevra rimasto nell’ombra.

A ben poco son valse le parole del presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin, che nei giorni scorsi aveva invitato la politica a non interferire con la giustizia, pur premettendo di comprendere l’indignazione del governo di Roma per la decisione delle toghe svizzere di lasciar andare il proprietario de Le Constellation, il locale dove in quella maledetta notte di inizio anno hanno perso la vita 40 giovanissimi, di cui sei italiani. «Giustizia per me è non restare fermi ed è quel che intendo fare», ha scandito la premier durante l’incontro con l’ambasciatore, presenti anche il sottosegretario Alfredo Mantovano e l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli.

Nessun rientro a Berna

La rotta è chiara ed è la stessa premier, in continuo contatto Whatsapp con i famigliari delle vittime, a tracciarla. Il rappresentante del nostro Paese in Svizzera rientrerà al suo posto, nella sede di via Willadingweg 23 a BERNA, solo «all’avvio di un’effettiva collaborazione tra le Autorità giudiziarie dei due Stati — mette in chiaro una nota di Palazzo Chigi — e all’immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage di Crans-Montana».

In altre parole, l’Italia non intende restare fuori dai giochi. Lasciare che siano le autorità del Canton Vallese ad occuparsi del caso. Troppe le falle nelle indagini per aspettare, mani in mano, che sia la giustizia elvetica a fare il suo corso, «troppe cose non tornano per non comprendere — ha ribadito Meloni, furibonda, nel corso della riunione con Cornado — che l’Italia non può in alcun modo restarne fuori».

La richiesta del governo ricalca quella avanzata alla diplomazia elvetica già sabato scorso, di sponda con la Farnesina: avvalersi di un pool investigativo guidato da svizzeri e italiani per dare giustizia alle vittime e ristoro ai feriti. Perché quel che «chiediamo è che si faccia piena luce e che non venga offesa la memoria di questi ragazzi», ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in prima linea sin dalle ore immediatamente successive alla tragedia sulle vette svizzere.

Ma il silenzio delle autorità elvetiche davanti alla rogatoria dalla procura capitolina e la freddezza verso il personale della nostra Polizia scientifica durante il sopralluogo nei locali del Constellation hanno mandato su tutte le furie Meloni, rispetto a «una cooperazione che di fatto non è mai iniziata, nonostante le omissioni e le leggerezza registrate sinora e che lasciano sgomenti. Va dato un segnale forte», la sua convinzione. Da qui la decisione di rendere permanente il ritiro dell’ambasciatore italiano in Svizzera fin quando non verranno accolte le richieste italiane. Ammesso lo siano. «Ma o collaborano o per me l’ambasciatore può restare in Italia», ha tirato dritto Meloni nel corso della riunione.

I precedenti

Solo due i precedenti da 20 anni a questa parte, numeri che danno l’idea della crisi diplomatica in atto sulla rotta Berna-Roma. Per stanare altri casi simili bisogna tornare al 2016, con il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari dal Cairo, l’8 aprile 2016, motivato dalla mancanza di trasparenza delle autorità egiziane sul caso di Giulio Regeni (siamo al governo Renzi, ministro degli Esteri Paolo Gentiloni). E, ancor prima, al maggio 2012, con il richiamo dell’ambasciatore Giacomo Sanfelice di Monteforte da Nuova Delhi, il 18 maggio 2012, (Governo Monti, alla Farnesina sedeva Giulio Terzi di Sant’Agata), per il caso dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Ed è lo stesso ambasciatore Cornado, ospite di Otto e mezzo, a raccontare di quanto le autorità svizzere abbiano reagito con «sorpresa e sgomento» alla reazione diplomatica di Roma: «non se la aspettavano», tanto più che «siamo un grande Paese confinante». Eppure il pasticcio delle toghe elvetiche è sotto gli occhi di tutti. Anche Cornado mette in fila alcuni degli innumerevoli inciampi: «aver atteso nove giorni prima di arrestare Jacques Moretti, non aver effettuato alcuna perquisizione, non aver sequestrato il cellulare e i carteggi — rimarca — ha certamente favorito l’inquinamento delle prove». Senza dimenticare le mancate autopsie delle giovani vittime che non presentavano ustioni. «Allucinante — ha scandito Meloni — e io dovrei restare in silenzio? Ma per favore…».


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