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«L’Europa rischia, la libertà si difende con la politica»


Commenti e retroscena del panorama politico
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25 novembre. Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne. Nei corridoi dell’Università La Sapienza di Roma riecheggiano le voci dei cori di protesta. Nel pomeriggio, però, è atteso un ospite: uno di quelli che i palazzi del potere li ha frequentati e continua a frequentarli. Uno che nella politica ci ha messo le mani e continua a farlo, pronto a conquistare un altro tassello di elettorato.
Ad arrivare, atteso da decine di studenti, è Carlo Calenda. Al suo ingresso, le proteste non si affievoliscono affatto: per molti è un “guerrafondaio”, qualcuno da cui prendere le distanze. Ma Calenda sceglie la strada opposta. Si avvicina, entra nel cuore del corteo. Le urla aumentano, i cori si alzano ancora più forti. L’aria è carica di un entusiasmo febbrile che, però, non riesce a trasformarsi in dialogo. È una contestazione sterile, a cui Calenda reagisce chiedendo di parlare, senza però accendere la miccia di un confronto: chiusi negli slogan, i manifestanti non cedono spazio. Nessun dibattito.
Quando però si chiudono le porte dell’aula della Sapienza, la situazione cambia. Sugli spalti ci sono decine e decine di ragazzi. Una sala gremita, pronta ad ascoltare e a punzecchiare. Una sala dove non conta neppure troppo l’orientamento politico, ma il bisogno di rimettere sale a una democrazia che sembra rinchiudersi, lentamente, al confronto. Lì, in quella sala, il dialogo inizia. Opinioni diverse, sì, ma accompagnate dal rispetto di chi è pronto a rispondere.
Forse già proiettato alle elezioni politiche del 2027, forse davvero convinto che questo confronto con quella che definisce la “classe dirigente del futuro” sia vitale, Calenda risponde per due ore alle domande degli studenti. E non si ferma neppure quando l’università chiude i battenti. “Non si può parlare in aula? Parliamo fuori, ma risponderò a tutti”. Promessa mantenuta.
A trainare la conferenza è uno dei temi cardine del programma elettorale dell’ex ministro dello Sviluppo Economico: il futuro dell’Europa.
Un’Europa che, in un mondo dominato dalle autocrazie, deve tornare a essere un modello.
«Ad oggi però, avverte Calenda, l’Europa corre un rischio». Siamo pochi e soli, stretti in un angolo da un gioco di forza globale. La democrazia è classe media: quando le disuguaglianze aumentano, le democrazie periscono. La sfida è capire come la democrazia liberale, che difende valori individuali e collettivi, possa tornare una grande potenza. Due, secondo Calenda, le alternative: diventare una grande potenza in grado di difendere il proprio modello di vita e i propri valori, oppure finire smembrati come vassalli di nuovi imperi. «La libertà si difende con la politica. È in gioco il futuro: se saremo persone libere».

Nel clima di campagna elettorale permanente, gli occhi di Calenda sono puntati sul “suo” centro: uno spazio vuoto verso cui tutti corrono anche quando non gli appartiene. Da lui la rivendicazione della coerenza del suo partito e una sorta di parafrasi del “meglio soli che mal accompagnati”, lo slogan che tra l’altro fu la chiave del successo anche di Giorgia Meloni. «Non posso rinunciare a un’intangibilità di linee rosse invalicabili. Se hai il coraggio di rimanere te stesso, le persone lo comprendono».
Una battaglia complicata, riconosce. E proprio per questo, forse, destinata alla sconfitta. Ma per le politiche attese tra due anni, Calenda si dice disponibile a collaborare con chiunque, purché sia disposto a seguire sempre quei valori che saranno alla base della collaborazione.

Sul referendum della giustizia, Calenda appare deciso. Per lui è quasi “un dare a Cesare quel che è di Cesare”, tanto che definisce “impeccabile” il piano da approvare alle urne il prossimo marzo.
Ricorda che PM e giudici hanno una carriera comune: il problema non è che solo in quindici passano da una funzione all’altra, ma che si gestiscono all’interno di un unico CSM. Un rapporto che, sostiene, non è terzo. «Se pensate che la magistratura sia indipendente dalla politica, vi giuro che non lo è».

Le correnti sono “il cancro della magistratura”. Il sorteggio, secondo lui, l’unico modo per provare a debellarle. A conclusione una battuta che guarda in faccia il governo Meloni: “A tutti capita di fare cose giuste nella vita”.


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