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L’energia eolica è un flop? Il caso della Gran Bretagna dove il vento crolla e risorge il gas


Ma l’energia eolica è un flop? La domanda torna di attualità guardando a quanto accade in Gran Bretagna, uno dei Paesi europei che negli ultimi anni hanno investito maggiormente sulle rinnovabili e in particolare sul vento. Una combinazione di cieli coperti e venti deboli ha fatto crollare la produzione da eolico e solare, costringendo il sistema elettrico britannico a chiedere maggiore disponibilità alle centrali a gas e alle altre fonti in grado di produrre energia indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Il dato più evidente è arrivato nella giornata di lunedì 28 settembre: intorno a mezzogiorno appena il 16% dell’elettricità britannica proveniva dal vento, mentre il gas era arrivato a coprire circa il 58% della produzione. I dati sono stati pubblicati oggi dal Telegraph on line.

 

Quando il vento non soffia

Il fenomeno ha un nome tedesco ormai entrato nel linguaggio degli esperti di energia: “dunkelflaute”. Indica quei periodi nei quali contemporaneamente il vento è scarso e l’irraggiamento solare debole, riducendo drasticamente la produzione delle due principali fonti rinnovabili intermittenti.

È proprio quello che è accaduto nel Regno Unito. Il National Energy System Operator, il gestore della rete elettrica britannica, ha emesso un Electricity Margin Notice, chiedendo agli operatori di segnalare eventuale capacità aggiuntiva disponibile per affrontare il picco di domanda serale.

La finestra considerata più delicata era quella compresa tra le 16 e le 19, quando la domanda aumenta mentre la produzione solare diminuisce rapidamente.

 

Il ritorno delle centrali a gas

A colmare il vuoto lasciato dalle rinnovabili sono state soprattutto le centrali a gas, che possono aumentare la produzione quando il sistema ne ha bisogno. Ed è qui che emerge uno dei paradossi della transizione energetica britannica: più aumenta la quota di generazione legata al vento e al sole, più diventa importante disporre anche di fonti programmabili, sistemi di accumulo, collegamenti con l’estero e strumenti capaci di ridurre rapidamente i consumi.

Le centrali termoelettriche continuano quindi ad avere un ruolo di “assicurazione” per la rete nei momenti in cui le condizioni meteorologiche non consentono alle rinnovabili di produrre abbastanza.

 

La rete britannica chiede più energia

Inizialmente il gestore della rete aveva individuato un deficit di circa 1.400 megawatt rispetto al margine di sicurezza desiderato. Dopo la risposta delle società elettriche e l’aumento della capacità disponibile, il divario si era già ridotto a circa 104 MW a metà giornata.

Nel pomeriggio l’allerta è stata poi ritirata: il sistema aveva recuperato il margine necessario e non si è mai concretizzato un rischio di blackout.

Il caso, dunque, non racconta un sistema elettrico vicino al collasso, ma mostra quanto possa diventare complessa la gestione di una rete nella quale una quota crescente della produzione dipende direttamente dalle condizioni atmosferiche.

 

È davvero un fallimento dell’eolico?

Parlare di “fallimento” dell’energia eolica sarebbe però una semplificazione. Il vento continua a rappresentare una componente fondamentale del mix elettrico britannico e, quando le condizioni sono favorevoli, può coprire una quota molto elevata della domanda.

Il problema è un altro: l’eolico non è programmabile. Una centrale a gas può aumentare la produzione quando viene richiesta, mentre una turbina eolica produce soltanto quando il vento è sufficiente.

Lo stesso gestore britannico sottolinea che i margini ridotti della rete raramente dipendono da un solo fattore: oltre al vento incidono domanda, disponibilità delle centrali, importazioni, manutenzioni e condizioni della rete.

 

Il vero nodo: chi produce quando le rinnovabili si fermano?

Il caso britannico mette quindi in evidenza la questione centrale della transizione energetica: non basta installare capacità eolica e solare, bisogna costruire anche un sistema capace di garantire energia quando vento e sole vengono meno.

Le alternative comprendono batterie e altri sistemi di accumulo, centrali idroelettriche, nucleare, interconnessioni con altri Paesi, gestione flessibile della domanda e, almeno nella fase attuale, centrali alimentate a gas.

La Gran Bretagna può anche importare elettricità attraverso i collegamenti con Francia, Norvegia e altri Paesi europei. Ma nei periodi di condizioni meteorologiche simili su vaste aree del continente anche questa soluzione può diventare meno affidabile o più costosa.

 

La sfida della transizione energetica

Il vero interrogativo, quindi, non è tanto se l’eolico “funzioni” oppure no. È capire quanto costa e quali infrastrutture servono per costruire un sistema elettrico sempre più dipendente da fonti intermittenti senza sacrificare la sicurezza delle forniture.

La giornata britannica del 28 settembre offre una fotografia molto chiara: quando il vento cala e il sole produce poco, la rete deve poter contare immediatamente su qualcos’altro.

E per ora, nonostante la corsa alle rinnovabili, quel “qualcos’altro” continua a essere in larga parte il gas.


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