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Legge elettorale, il no alle preferenze di Meloni per scongiurare il pareggio


Commenti e retroscena del panorama politico
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E’ finita, alla fine, nell’unico modo possibile. E nel modo che il Messaggero, il giorno prima aveva anticipato. Fdi non vota il sub emendamento di Pd e opposizioni sul ripristino delle preferenze tout court (con alternanza di genere) al posto di quelle «teleguidate» inserite dalla maggioranza: con il gioco dei capilista bloccati e l’eventuale premio di maggioranza, solo una parte esigua dei parlamentari verrebbe davvero scelto dagli elettori.

Decisione, sostanzialmente, inevitabile e anche piuttosto scontata, per chi legge la politica con occhi di analista e non in base ai suoi desiderata o al «giornalistese» che qualche volta prevale su tutto: si mette in giro una voce, nessuno la verifica, si monta un po’ di panna, si costruisce un retroscena che alla luce di fatti viene spesso smentito. La realtà, a volte è più semplice.

La legge elettorale e il no alle preferenze

Il Pd ha fatto la sua mossa, mandando in fibrillazione più che il centrodestra Fdi, da sempre a favore delle preferenze. La proposta di reintrodurle è stata una buona tattica, favorita — chissà se apposta — dal presidente del Senato La Russa che si era visto «schiantare» l’idea del ballottaggio su cui puntava. A quel punto, certo, a via della Scrofa qualcuno si sarà interrogato: che facciamo, che segnale diamo, ci accuseranno di mancata coerenza? E, forse, per qualche secondo l’idea sarà passata per la testa anche a Giorgia Meloni, in bilico da mesi tra il cuore (specie dopo il referendum perso sulla giustizia la premier è apparsa stanca, a volte demotivata, affaticata da quattro anni di tensioni, desiderosa di ritrovare una normalità anche privata) e la testa (cioè la realpolitik, perché poi Meloni è una leader politica, una che non molla mai e staccarsi da Palazzo Chigi o dal potere in genere è sempre più difficile di quanto ognuno possa dire a parole).

La decisione

Ma la verità, come raccontato dal Messaggero, è che già da mercoledì nel tardo pomeriggio la decisione era presa: Fdi non avrebbe votato con le opposizioni, stop. Motivo, fin troppo semplice. Votare le preferenze delle opposizioni avrebbe significato far saltare il banco, cioè di fatto mandare nel cassetto la legge elettorale, rompere il patto nel centrodestra e precipitare il Paese alle urne. E anche se quest’ultima parte puo’ anche essere accarezzata da Meloni con il pensiero (la premier vorrebbe andare alle urne il prima possibile, per evitare l’effetto logoramento), di certo non lo vuole fare con una legge elettorale — il Rosatellum, cioè quella attuale con quota proporzionale e quota maggioritaria affidata ai collegi — che era stata pensata per il Draghi-bis, cioè per il pareggione elettorale.

Solo che, nel 2022, le cose andarono storte: Enrico Letta ruppe con M5S, Renzi ando’ da solo e il centrosinistra consegno’ la vittoria al centrodestra, a cui basto’ il 46% complessivo per avere un’ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Se il Pd fosse andato anche solo con Cinquestelle la storia sarebbe stata diversa. Acqua passata? Non tanto.

L’obiettivo della premier

Perché il principale obiettivo di Meloni, al di là delle preferenze che alla fine sono un dettaglio, più una bandierina da piazzare che altro, era avere una legge che garantisca un risultato certo. E, nel suo caso, se non puo’ essere la vittoria (ma con Vannacci mai dire mai…) è meglio la sconfitta del pareggio. Un assurdo? Non tanto. Il pareggio costringerebbe Meloni a far parte di un governo di larghe intese, ad uno di quegli inciuci o accordi di Palazzo che, nella sua retorica, anche recentemente ha preso di mira. Ora la partita si sposta alla Camera, dove torna il voto segreto. Ma dove ci sarà anche, quasi sicuramente, il voto di fiducia. E lì, ad esempio, si vedrà se il generale Vannacci voterà a favore o contro il governo.


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