Lo scorso novembre si sono tenute le elezioni presidenziali cilene. Bisogna ammetterlo, una notizia apparentemente interessante solo per gli abitanti di quel paese e per qualche addetto ai lavori. Tuttavia, a ben guardare, non è affatto così. In Cile, infatti, vige l’obbligo di partecipazione elettorale: una norma che, in effetti, ha fatto crollare l’astensionismo volontario in Cile (pur facendo aumentare, ei numeri parlano chiaro, il numero di schede bianche o nulle).
Negli stessi giorni, in Italia, si concludeva la raccolta firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per rendere più agevole il voto dei cosiddetti “fuorisede”, vale a dire di quegli elettori italiani che per lavoro, studio, salute o altre ragioni totalmente legittime si trovano abitualmente lontani dal luogo di residenza. Un Libro bianco realizzato dal Governo Draghi nel 2022 quantificava in quasi cinque milioni questo esercito di astenuti involontari, poco più del 10% sul totale degli aventi diritto.
Gli estremi
Si tratta di due situazioni estreme su cui vale la pena di riflettere. Concentrandoci oggi, però, per ragioni di attualità, sulla seconda. Il tema del voto ai fuorisede è annoso. Chi scrive era studente universitario a Milano negli anni ’90 del secolo passato e si ricorda perfettamente quanto i suoi compagni di corso meridionali, ma non solo, si lamentassero come i rimborsi viaggio previsti per partecipare alle elezioni fossero ridicoli e quindi inefficaci.
La quasi totalità di essi, quindi, preferiva preparare meglio un difficile esame di Analisi economica invece che mettersi in treno per votare all’ennesimo turno elettorale. Il governo Meloni è stato il primo esecutivo a intervenire in materia, dopo anni di immobilismo da parte di maggioranze di ogni colore e posizione politica. Il risultato è stato che, seppur con modalità diverse e comunque parziali, tanto per le elezioni europee del 2024 quanto per i referendum abrogativi del 2025, i fuorisede hanno potuto votare senza spostarsi dal luogo di loro temporaneo domicilio.
Ora, a scanso di equivoci, bisogna ammettere che non per tutti i fuorisede affrontare il viaggio per le elezioni appare un’impresa titanica: dei 4,9 milioni di italiani fuorisede rilevati nel 2022, solo il 38% impiega 2 o più ore per rientrare nel Comune di residenza attraverso la rete stradale. Tra questi, ve ne sono quasi 700.000 che dovrebbero viaggiare per oltre 12 ore: una cifra forse non enorme ma nemmeno simbolica. E, in ogni caso, un problema che comporta la violazione di un diritto: forse “il” diritto costituzionale per eccellenza. L’abbondanza di alternative previste in quasi tutti gli altri paesi europei, tra voto anticipato, voto per posta, voto elettronico e voto fuorisede, come quello già sperimentato in Italia, dovrebbe facilitare la ricerca di soluzioni adatte anche al nostro paese.
Viste le premesse e la buona volontà del legislatore, la questione dovrà essere sicuramente affrontata, possibilmente una volta per tutte, in vista delle prossime elezioni politiche previste nel 2027.
E perché, ci si potrebbe chiedere, non anche per l’ormai imminente referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026? La domanda è lecita. Un tentativo dell’opposizione di emendare, in sede di conversione in legge, il Decreto elezioni del governo, col fine di reiterare le passate sperimentazioni, è andato a vuoto. Secondo l’esecutivo, infatti, non ci sarebbero i tempi tecnici. Non solo: le due sperimentazioni adottate hanno avuto davvero poco successo: secondo il Ministero dell’interno, nel 2024 hanno chiesto di votare fuorisede solo circa 24.000 studenti (la prima sperimentazione si applicava solo a questa categoria, composta da 600.000 elettori), di cui circa 17.000 hanno poi realmente esercitato il diritto di voto; mentre, nel 2025, le richieste sono arrivate a quasi 70.000, considerando però una base ben più ampia di fuorisede che comprendeva studenti (38.000 richieste), lavoratori (28.000 richieste) ed elettori sottoposti a cure mediche (770 richieste).
La riflessione
Un risultato su cui vale la pena di riflettere e che spiega, da un certo punto di vista, il passo indietro del governo. Ciò non significa però che quel passo indietro deve diventare per forza anche un’occasione persa. Innanzitutto, i risultati ottenuti non devono scoraggiare perchè cultura e comportamenti sono plasmati anche dalle regole e dalla loro stabilità. In altri e più poveri termini: ci vuole tempo. Inoltre, almeno apparentemente, sembra che ci sia finalmente convergenza delle varie fazioni politiche sulla volontà di risolvere il problema. L’orizzonte del 2027 appare alla portata e potrebbe essere il test definitivo per capire chi vuole davvero risolvere il problema e chi lo utilizza solo per polemiche strumentali.
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