Il bilaterale improvvisato su una panchina di legno tra le vette di Kananaskis, in un G7 letteralmente terremotato, tanto per cambiare, da Donald Trump. Lo scatto del fuoriprogramma del giugno scorso tra il tycoon e Giorgia Meloni fece il giro del mondo, complice la prossemica tra i due e lo sguardo del presidente americano fisso davanti a sé, intento ad ascoltare la presidente del Consiglio che argomentava le sue ragioni gesticolando, in perfetto stile italiano.
Unendo i puntini i due si sono visti 9 volte nell’arco di un anno — delle telefonate si è perso il conto — e il decimo atto potrebbe essere scritto tra una manciata di giorni a Davos, dove mezza amministrazione Usa è pronta a sbarcare per i lavori del World Economic Forum. La delegazione a stelle e strisce attesa tra le montagne elvetiche è quella delle grandi occasioni: al WEF approderanno tra gli altri il segretario al Tesoro Scott Bessent e quello al Commercio Howard Lutnick, nonché l’inviato di Trump per la politica estera Steve Witkoff.
La presenza di Meloni — che nei giorni del summit svizzero sarà di ritorno dalla missione in Asia divisa tra Oman, Corea e Giappone — dipenderà dalle riunioni internazionali che verranno fissate dagli americani a corollario del forum. Perché, stando alle indiscrezioni circolate sui media internazionali, nella “Usa House” che gli statunitensi stanno allestendo sulla Promenade del villaggio alpino potrebbe tenersi la firma dell’accordo di 800 miliardi di dollari in 10 anni per la ricostruzione dell’Ucraina, nonché la nomina del “Board of peace” capitanato da Trump in persona per gestire la seconda fase della pace in Medio Oriente.
Se così fosse, gli europei non potranno mancare l’incontro col tycoon, tanto più che a Davos, salvo cambi di programma, ci sarà Volodymyr Zelensky a firmare l’accordo per rimettere in piedi l’Ucraina falcidiata dalla guerra. E per ragioni di opportunità — da un lato gli interessi per la partita della ricostruzione, dall’altro l’esigenza di ritagliarsi un posto al sole dopo la pace di Sharm-el-Sheik — guai a mancare l’appuntamento.
Anche perché, al netto delle due guerre, nelle ultime settimane lo scacchiere internazionale si è fatto ancor più aggrovigliato, tra il blitz armato in Venezuela, le proteste dilaganti in Iran e l’opa ostile di Trump sulla Groenlandia: di carne al fuoco ce n’è, chi resta fuori dal tavolo che conta rischia di rimanere a bocca asciutta.
Per Meloni gli interessi in ballo sono tanti, il «rapporto privilegiato» (parole della premier) con il presidente repubblicano può far la differenza. A luglio scorso, all’Ukraine Recovery Conference in scena a Roma, l’Italia ha assunto impegni per oltre dieci miliardi di euro per la ricostruzione, contando 2.000 tra aziende e rappresentati di autonomie locali e società civile in campo per un’Ucraina alla ricerca del suo piano Marshall per ripartire. Sul Venezuela liberato dal regime di Maduro l’Eni si è detta pronta ad investire, Claudio Descalzi era non a caso tra i rappresentanti delle big oil riuniti da Trump nella East Room per discutere dei futuri investimenti in Venezuela. Senza dimenticare il dossier Groenlandia, con la Farnesina che si appresta a presentare il suo piano per l’Artico, diviso tra energia, ricerca e difesa. In un 2026 in cui Meloni ha detto di puntare tutto sulla crescita (oltre che sulla sicurezza), puntellare il rapporto col tycoon può far la differenza. Tanto più che Trump non ha mai nascosto il suo debole per «wonderful Giorgia» (copyright Trump).
I precedenti
Il primo incontro a Parigi, dove the Donald debuttò come neo Presidente degli Usa sotto le maestose volte a crociera di Notre-Dame, la cattedrale gotica restituita ai francesi dopo il drammatico incendio del 2019. Ed è stata subito “buona la prima”, perché già in quell’occasione — forse complice l’amico Elon Musk che parrebbe averci messo lo zampino — Meloni si ritagliò un momento tutto suo con l’uomo tornato ad essere il più potente al mondo, bissando alla Casa Bianca dopo l’intermezzo dem di Joe Biden.
Seguì a stretto giro l’incontro a Mar-a-Lago, dove la premier italiana arrivò in gran segreto cercando un assist decisivo per la liberazione della giornalista Cecilia Sala dal carcere di Evin. Poi la prima visita ufficiale a Washington, ad aprile, con Trump che le riservò la Blair House, la residenza d’onore della Casa Bianca concessa solo agli ospiti che la presidenza americana considera più strategici.
E se svariate volte Meloni si è vista tagliata fuori dalle riunioni ristrette dei volenterosi guidate da Emmanuel Macron, al vertice d’agosto sull’Ucraina organizzato a Washington sedeva al fianco del tycoon. Un aneddoto riassume al meglio il legame tra i due: quando la premier italiana venne esclusa dalla videocall con Trump organizzata da Macron e Starmer da Tirana, fu lo stesso presidente americano a pareggiare il conto per l’alleata e amica italiana. Quattro giorni dopo organizzò un’altra call dalla situation room della White house. Quando i volenterosi si collegarono, “wonderful Giorgia” era già in video, in linea con Donald da un bel pezzo.
Ileana Sciarra
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Leave feedback about this