Camilla è un avatar. Un’intelligenza artificiale che fa da guida a chiunque voglia partecipare ad un concorso pubblico. Una volta presa la decisione, non c’è altro da fare che iscriversi all’App InPa e attendere la chiamata per le prove. Tutto digitalizzato. In silenzio, la Pubblica amministrazione italiana sta cambiando. «Sta diventando moderna», dice Paolo Zangrillo, il ministro che da poco più di tre anni a questa parte, ha avviato una profonda azione riformatrice. «Nel 2025», spiega il ministro, «abbiamo bandito 16 mila concorsi per 180 mila posti. È chiaro che un giovane che esce dal liceo o dall’università di fronte a un’offerta così ampia si può confondere. Ma basta spiegare a Camilla quali sono le proprie aspettative, quali sono gli studi fatti e in quale parte del Paese si vive, per ottenere un ventaglio di opportunità adatte alle proprie aspettative».
Basta questo per attrarre i giovani?
«Per attrarre i giovani vanno risolti i problemi strutturali del pubblico impiego. E posso dire che in questi anni li abbiamo presi tutti di petto, e non di rado con una certa assertività».
Cosa è cambiato?
«Quando sono arrivato, il primo problema che ho dovuto affrontare è stato quello delle procedure di reclutamento. Diciamo che un’organizzazione che vuole essere attrattiva non può permettersi che un concorso duri due anni e mezzo in media. Per questo, anche con l’aiuto dell’Università Federico II di Napoli, abbiamo digitalizzato tutte le procedure e creato un portale, InPa, che oggi è l’unica porta di accesso al lavoro pubblico. Un portale che negli ultimi due anni ha registrato un boom incredibile, arrivando a 2,8 milioni di profili registrati».
Oggi, in base ai vostri dati, qual è la durata media di un concorso?
«Dal bando all’assunzione, siamo attorno ai 4 mesi. Grazie a questo, in tre anni siamo riusciti ad assumere circa 600 mila persone invertendo, per la prima volta dopo anni, la tendenza alla riduzione dei dipendenti pubblici».
Oramaggiore?
«Sì stanno aumentando. Con un’altra conseguenza significativa: la riduzione dell’età media da 52 a 47 anni».
Oltre ai concorsi cos’altro è cambiato?
«La formazione dei dipendenti. Quando sono arrivati erano previsti sei ore. Dico sei ore all’anno di formazione. Dedicare così poco spazio alla crescita dei dipendenti è una politica suicida per qualsiasi organizzazione in un mondo che muta tanto rapidamente».
Dunque che avete fatto?
«Ho imposto che si arrivasse, anche gradualmente, a 40 ore l’anno. E dopo uno step a 24 ore, adesso in media siamo già arrivati a 38 ore. Anche qui, abbiamo creato un portale digitale, Syllabus, aggiornato costantemente con nuovi corsi. Ci accedono 11 mila amministrazioni e ci sono già 650 mila dipendenti che hanno completato il percorso formativo. E poi abbiamo creato degli hub fisici in sei Regioni, dalla Lombardia alla Calabria, dove i dipendenti possono fare formazione approfondita su temi che vanno dall’Intelligenza artificiale, alla Sanità, alle politiche migratorie».
Ci sono state resistenze nelle amministrazioni a così tante ore di formazione?
«Diciamo che ho motivato i dirigenti».
Motivato?
«Sì, ho inserito la formazione dei loro dipendenti tra gli obiettivi per ottenere i premi di risultato».
A proposito di premi di risultato. Una delle ragioni che ha allontanato i “migliori” dalle amministrazioni pubbliche, è proprio la difficoltà di fare carriera in base al merito?
«Ho ereditato una Pubblica amministrazione in cui il 99,8% dei dipendenti è valutato eccellente. Quando sono arrivato ho detto: io non ci credo che siete tutti bravi. Da qui nasce il disegno di legge sulle carriere. Un provvedimento che mette un tetto del 30% massimo ai giudizi di eccellenza e che, dall’altro lato, permette di promuovere a dirigente i funzionari più brillanti senza dover passare necessariamente per un concorso pubblico».
Quando vedrà la luce questa riforma?
«A gennaio sarà esaminata in Parlamento».
C’è chi paventa rischi dal superamento dei concorsi?
«Il concorso, come prevede la Costituzione, resta fondamentale, è la porta di ingresso nel pubblico impiego. Ma per un’amministrazione efficiente, moderna e attrattiva non può essere l’unica strada per la carriera. Anche perché non sempre si è dimostrata la più efficace».
In che senso?
«Il concorso promuove il saper studiare, piuttosto che il saper fare. Noi abbiamo bisogno di dirigenti che facciano accadere le cose. Non servono più solo persone preparatissime sotto il profilo tecnico, abbiamo bisogno anche di manager con capacità di leggere in anticipo i fenomeni. Per questo per la prima volta introduciamo un sistema di carriere che assegna al dirigente la responsabilità di proporre una sua persona per una nomina, che è una cosa che nella pubblica amministrazione non è mai esistita».
Una dirigenza capace ed efficiente può convivere con un tetto agli stipendi, seppur alzato dalla Corte Costituzionale?
«Il tetto nasceva in una fase di emergenza. Che non può durare 10 anni. Insieme al Mef e a chi si occupa di questo tema, dovremo trovare delle soluzioni».
Che tipo di soluzioni?
«Io credo simili a quelle del privato. Le retribuzioni vanno collegate alla complessità del ruolo e agli obiettivi. Chi gestisce una complessità piuttosto rilevante deve essere retribuito con un valore di mercato che gli consente di sentirsi adeguatamente riconosciuto per la complessità che è chiamato a gestire. E questo anche nel pubblico. Non possiamo pensare che posizioni che hanno delle rilevantissime responsabilità, anche in termini di funzionamento dell’apparato statale, non siano retribuite in modo adeguato».
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