Il punto sui temi di attualità, ogni lunedì
Iscriviti e ricevi le notizie via email
L’Osservatorio Vera Rubin, inaugurato la scorsa estate in Cile, ha casualmente fatto una scoperta molto interessante: durante la fase di commissioning, ossia quel periodo in cui vengono messi alla prova i limiti della struttura prima della sua apertura ufficiale, il gruppo di astronomi coordinato da Sarah Greenstreet, ha individuato un gruppo di oltre duemila asteroidi, riuscendo ad analizzare la velocità di rotazione di 76 di essi.
L’asteroide più veloce mai individuato
In questo esiguo gruppo di ammassi spaziali, l’osservatorio ha eseguito un’ulteriore scrematura: 19 asteroidi rientrano nella categoria «superveloci» poiché in grado di completare un giro su sè stessi in meno di 2,2 ore (2 ore e 12 minuti), il limite oltre il quale i corpi privi di coesione interna dovrebbero frammentarsi. Di questi 19, gli astronomi hanno scoperto tre corpi celesti entranti nella categoria «ultraveloci«, una categoria d’élite con periodi di rotazione inferiori ai 5 minuti. Il più veloce è risultato il 2025 MN45: un asteroide con diamtetro di 710 metri, che completa un giro su sé stesso in 1,88 minuti (circa 1 minuto e 53 secondi), praticamente una trottola spaziale.
La struttura interna degli asteroidi
La barriera delle 2,2 ore di rotazione serve a capire se un’asteroide è internamente coeso o no. In mancanza di questa condizione, negli ammassi con diametro superiore ai 150 metri, questo dato rappresenta il limite di rotazione oltre il quale il corpo celeste andrebbe in frantumi per via dell’eccessivo aumento della forza centrifuga, che supererebbe anche la propria gravità, che di fatto tiene insieme l’asteroide.
La maggior parte degli ammassi di medie e grandi dimensioni è considerata un «rubble pile» (mucchio di macerie), ovvero un aggregato di frammenti rocciosi tenuti insieme quasi esclusivamente dalla gravità, senza una significativa forza di coesione interna (come se fossero mucchi di ghiaia nello spazio ndr). Per questi oggetti celesti la barriera delle 2,2 ore è un limite invalicabile.
Il caso degli asteroidi ultraveloci
I 19 asteroidi capaci di superare questa barriera detengono proprietà fisiche particolari: la loro coesione interna è molto alta, e nel caso di MN45 che ruota attorno a sé in meno di due minuti suggerisce che esso sia composto da materiale simile alla roccia solida o all’argilla. L’incredibile velocità raggunta da questo corpo è data probabilmente da uno scontro avvenuto recentemente con un altro ammasso celeste, o per via dell’effetto YORP, un fenomeno fisico in grado di modificare lo stato rotazionale di un piccolo corpo nel corso del tempo. Esso è causato dal modo in cui l’asteroide assorbe la luce solare e la trasforma in calore. Se l’ammasso ha una forma irregolare, questa emissione di calore agisce come una sorta di «micro-propulsore» che applica una piccola ma costante forza, facendolo ruotare sempre più velocemente.
Gli obiettivi del Vera Rubin
L’osservatorio, gestito dalla statunitense NoirLab della National Science Foundation, è stato ideato per scattare sequenze di immagini dell’intera volta celeste, e nonostante i soli sei mesi di operatività, sta già fornendo informazioni preziose riguardo al nostro Sistema Solare. La ricerca che ha portato alla scoperta degli asteroidi ultraveloci, è solo un’anteprima di quello che avverrà grazie al Vera Rubin, che tra qualche mese dovrebbe iniziare una campagna destinata a durare 10 anni, la «Legacy Survey of Space and Time«, durante la quale dovrà realizzare una registrazione time-lapse ad altissima definizione dell’Universo.
La potenza dell’Osservatorio
L’infrastruttura tecnica del Vera Rubin rappresenta un salto generazionale nella capacità di monitoraggio del cielo, permettendo la scoperta di oltre duemila asteroidi già durante una fase preliminare di test. Il successo di queste prime rilevazioni è dovuto alla combinazione tra un hardware all’avanguardia e un complesso insieme di software per la gestione e l’analisi dei dati.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
