Ha gli occhi grandi, il pelo morbido e l’aria innocua di un peluche. Si chiama Jolly e ricorda parecchio un Labubu, la creatura dalle orecchie appuntite diventata un fenomeno mondiale. Si può vestire e personalizzare a piacimento. Solo che dietro quella faccia tenera non c’è un giocattolo. C’è Muse, il nuovo agente di intelligenza artificiale di Meta, capace di mandare email, fare acquisti, organizzare viaggi, compilare moduli e navigare sul web al posto dell’utente. E presto sarà possibile portarselo anche in tasca, dentro un dispositivo che sembra uscito direttamente dagli anni ’90: una sorta di Tamagotchi nell’era dell’IA.
Il paragone non è solo estetico. Se prima con il Tamagotchi eravamo noi a doverci occupare di una creatura virtuale, ora con Muse è lei a occuparsi di noi. O almeno questa è la promessa fatta dall’azienda di Mark Zuckerberg, che ha presentato Jolly al Meta Connect 2026. Muse infatti non è un semplice chatbot. È un agente, un sistema progettato per rispondere alle domande, ma anche per svolgere azioni concrete per conto nostro. Può collegarsi a servizi esterni, eseguire incarichi e continuare a lavorare in background mentre l’utente fa altro. Avrà persino un proprio indirizzo email attraverso il quale comunicare e portare avanti delle attività. I collegamenti annunciati vanno dallo shopping ai pagamenti, dai viaggi agli strumenti di lavoro.
Insomma, un’IA molto potente ma nascosta dietro l’estetica kawaii di un giocattolo. Ed è proprio questo contrasto ad aver aperto il dibattito. Muse è riservato ai maggiori di 18 anni e l’azienda ha assicurato controlli sull’età e blocchi degli account che potrebbero appartenere ai minorenni. Eppure l’aspetto di Jolly ha attirato l’attenzione delle associazioni per la tutela dei più giovani: un’IA meno minaccioso rischia di far abbassare la guardia anche sul fronte della privacy, ribadiscono.
L’azienda di Menlo Park però respinge l’idea che questo agente sia stato progettato per attirare i bambini. Del resto, antropomorfizzare la tecnologia non è una novità: dai vecchi assistenti virtuali agli avatar delle piattaforme contemporanee, dare un volto a ciò che vive dentro uno schermo è da tempo un modo per renderlo più familiare.
Ma più l’assistente diventa familiare e personale, più aumenta la quantità di informazioni e dati necessarie per farlo funzionare. Muse può entrare in contatto con interessi, abitudini e attività dell’utente, mentre le interazioni possono essere utilizzate da Meta per addestrare i propri modelli di IA, a meno che non si scelga di disattivare questa possibilità. E presto l’agente uscirà dallo schermo. Mark Zuckerberg ha annunciato l’arrivo di Muse anche sugli occhiali smart dell’azienda: basterà chiamarlo per nome e potrà agire in base a ciò che stiamo vedendo in diretta. Davanti a un prodotto su uno scaffale o a un volantino, ad esempio, non sarà più necessario descrivere cosa abbiamo di fronte: saranno gli occhiali a fornire direttamente il contesto. Una comodità che, però, allarga inevitabilmente il perimetro delle informazioni a cui l’assistente può avere accesso, e con esso le questioni legate alla privacy.
Inoltre entro la fine dell’anno arriverà poi Muse Charm, il dispositivo tascabile attraverso il quale parlare con il proprio agente in tempo reale. L’IA diventa così qualcosa da indossare o portare sempre con sé, sempre più integrato nella vita di tutti i giorni. «Questi esempi di «accessorizzazione» della tecnologia riflettono due dinamiche sociali interessanti», spiega Filiberto Brozzetti, professore di AI, Law and Ethics all’Università Luiss Guido Carli. «Da un lato, la crescente banalizzazione dell’accesso ai prodotti tecnologici: il marchio diventa anche segno di appartenenza e, se i dispositivi di fascia più alta restano fuori portata, il piccolo accessorio consente comunque di partecipare, almeno simbolicamente, all’universo del brand». C’è poi l’aspetto più delicato. «Dall’altro, la tecnologia tende a presentarsi sempre più spesso nella forma discreta e familiare di un oggetto di uso quotidiano. Un accessorio di moda può così incorporare un agente capace di conoscere progressivamente l’utente, interagire con le sue applicazioni e ricavare, dalle informazioni disponibili, abitudini, preferenze e caratteristiche personali, conservandole attraverso forme di memoria persistente e, secondo l’architettura attuale del servizio, mettendole anche a disposizione del produttore». Dopo chatbot e assistenti virtuali, le Big Tech provano così a dare all’IA un volto. E a renderla sempre meno simile a una macchina.
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