Con lo stop alla produzione di acciaio, la crisi dell’Ilva presenta il conto ai lavoratori. Mercoledì scorso — ma la vicenda è stata resa nota ieri — i commissari del gruppo siderurgico hanno comunicato a sindacati ed enti locali che il numero dei cassintegrati salirà a quota 8.622 tra gli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, i centri servizi di Paderno Dugnano e Legnaro, e il centro logistico di Marghera. Quasi il doppio rispetto ai 4.450 addetti attualmente in Cigs. Resteranno «in servizio 1.004 unità» impegnati nella guardiania, nella salvaguardia degli impianti, oltre «all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva».
In questa direzione diventa decisiva — sia per i lavoratori sia per la vendita dell’ex Ilva — la pronuncia della Cassazione attesa nei prossimi giorni sul ricorso dei commissari. I quali hanno chiesto di annullare la richiesta della Corte d’Appello di Milano di spegnere gli altiforni. Al riguardo c’è ottimismo in pezzi del governo per un ribaltamento della prescrizione. L’alta corte si riunirà da martedì prossimo e nei giorni successivi dovrebbe arrivare il verdetto, che è di legittimità e non di merito. Il procuratore generale della Cassazione ha smontato parti importanti della sentenza di secondo grado: ha contestato le motivazioni sui rischi per la diffusione nell’atmosfera di polveri di amianto dagli altiforni e di Pm10. Però ha confermato che i magistrati ordinari possono esprimersi sul caso, mentre i commissari sottolineavano che doveva decidere un tribunale amministrativo.
All’ultimo Convegno dei giovani imprenditori di Capri, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha sottolineato le aperture del Pg. In caso di una sentenza che permetta la riaccensione dei forni, Ilva avrà bisogno di tempo, risorse e minerali ferrosi che adesso non ha per riavviare la produzione. C’è da capire se la cordata italiana capitanata da Federacciai vorrà confermare la sua offerta, incentrata sull’area a freddo. Questo scenario potrebbe favorire Jindal. Che nei giorni scorsi avrebbe ribadito l’intenzione di acquistare sia gli altiforni sia i laminatoi.
Di fronte alla conferma della decisione dei giudici di secondo grado, resteranno i livelli di Cigs e l’azienda non sfornerà più acciaio e ridurrà quasi totalmente e attività delle aree a freddo. Secondo i sindacati la cassa non calerà neppure quando a Taranto arriveranno per essere trasformate in coils nei laminatoi locali le 3.650 bramme di acciaio, inviate in conto terzi da altre aziende siderurgiche come Marcegaglia e Eusider. Anche per queste lavorazioni sarebbero sufficienti i lavoratori mantenuti in servizio.
Il decreto
Nell’ultimo decreto Ilva il governo ha garantito la Cigs per i 4.450 addetti diretti già sotto ammortizzatori sociali fino a febbraio, mentre fino a giugno sarà erogata a questi dipendenti un’integrazione del sussidio fino al 70 per cento. A breve si dovranno aggiornare numeri e scadenze, forse con un nuovo decreto. Anche se non è chiara la disponibilità finanziaria, senza dimenticare che strumenti come prepensionamenti o incentivi all’uscita possono essere coperti soltanto con la prossima legge di stabilità. Poi, c’è il nodo dell’indotto. Le attuali regole prevedono che possono accedere agli ammortizzatori soltanto i dipendenti delle aziende che lavorano in regime di monocommittenza con Ilva oppure quelle il cui fatturato viene realizzato almeno il 50 per cento grazie al gruppo siderurgico. I sindacati — che martedì saranno al ministero del lavoro e 7 giorni dopo sono attesi a Palazzo Chigi — temono che con lo stop dell’area a caldo e la fine delle forniture i lavoratori possano essere licenziati per motivi economici, come avvenuto in vertenze simili.
Da domani i lavoratori potrebbero annunciare nuovi scioperi, mentre da qui a novembre si dovrebbe raggiungere il numero di 8.622 cassintegrati tra i dipendenti diretti. I commissari Giovanni Fiori, Marcello Quaranta e Davide Tabarelli hanno spiegato che, dopo lo stop imposto dal tribunale di Milano «l’attuale riduzione del fabbisogno di risorse umane prospettato» si rende necessaria per «il livello di utilizzo e/o inattività degli impianti, interessati da fermate parziali o anche totali e dalla ridotta alimentazione degli asset produttivi». Senza l’acciaio sfornato a Taranto si ferma tutta la catena che riguarda anche gli altri siti tra Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto. Anche se ricordano che il totale del personale sotto ammortizzatori sociali andrà sempre calcolato in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva. Infine, sottolineano che «gli impianti sono stati posti nella cosiddetta condizione di «riscaldo», onde evitare la distruzione degli stessi e consentire la ripresa della produzione allorché se ne verificasse la condizione giudiziaria, previo riavvio del ciclo di approvvigionamento». In queste parole c’è un riferimento neanche tanto velato alla pronuncia della Cassazione, attesa dalla prossima settimana.
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