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«Il Sì farebbe recuperare credibilità alla Giustizia. La destra non sia pilatesca»


Antonio Di Pietro, anche lei che da mesi gira l’Italia per spiegare le ragioni del Sì, ha la percezione che il No sia in rimonta?

«La percezione dei cittadini è di smarrimento per le accuse reciproche tra le due parti che non rendono comprensibile il merito del quesito già di per sé complesso. Sono preoccupato che questo smarrimento si traduca prima in disinteresse e poi nella scelta di non andare alle urne».

Davvero non si aspettava che lo scontro potesse essere così duro?

«Io credo che ci vorrebbero un po’ di lezioni di comunicazione a tutti quelli che hanno ruoli istituzionali. In questi giorni, sia dal fronte del No, ad esempio Gratteri, che del sì — dico Nordio — hanno buttato palloni per l’aria che hanno solo contribuito a incattivire la questione piuttosto che a chiarire la loro rispettiva posizione. Io voglio sforzarmi di spiegare le mie ragioni rispettando quelle degli altri. Il rischio, altrimenti, sarà quello di un voto truccato dagli eventi, dato per partito preso».

C’è un punto della riforma su cui si deve puntare di più, proprio a livello comunicativo?

«Io, personalmente, punterò su una questione precisa: questa riforma aiuta la magistratura a riconquistare credibilità agli occhi dei cittadini e completa un quadro costituzionale voluto sin dai padri costituenti e strutturato a seguito del passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Che poi ci abbia voluto mettere il cappello sopra Berlusconi è un altro conto. Quello che mi interessa è che si aiutino i giudici e i pubblici ministeri ad essere più indipendenti non solo dalla politica, ma anche al proprio interno».

Un altro punto che preoccupa è quello delle leggi attuative…

«Sono ombre che si lanciano per impaurire gli elettori e i cittadini. Se la paura dovesse essere quella che le leggi attuative possano incidere sul contenuto della Costituzione, esse un domani sarebbero dichiarate incostituzionali. Non si metterà a rischio quanto continuerà a essere previsto dalla Carta: l’autonomia e indipendenza della magistratura».

Lei è tra quelli che teme che i finanziamenti al comitato del No possano andare all’Anm?

«Se insistiamo nell’andare a trovare i presunti peccati degli altri finiremo per sviare l’attenzione dal merito del problema. Se c’è qualcuno che pensa che dando 100 euro alla campagna elettorale di un magistrato questo poi gli faccia un favore nella sentenza, è fuori di testa».

Come intende impostare l’ultimo miglio della campagna referendaria?

«Come parte del Comitato “Sì separa” della Fondazione Einaudi, dico che sono due mesi che siamo in campo, quindi per noi non cambierà nulla, la nostra è una campagna quotidiana. Per come ho vissuto io, con quarant’anni all’interno del Palazzo di Giustizia, so per certo che sul piano delle garanzie nulla cambierà ma, anzi, ci sarà un miglioramento: una maggiore indipendenza dal correntismo che ha pervaso il Csm».

Se vince il sì, come dice Augusto Barbera, bisognerà aspettare anni per una nuova riforma?

«È sempre stato così. Se anche questa volta non si riuscirà aspetteremo qualche altra decina di anni per completare il cerchio. Ma chiuderlo è ineludibile in uno Stato di diritto: il giocatore e l’arbitro non possono far parte della stessa squadra».

I leader di centrodestra, in questa fase finale, sono pronti a scendere in campo personalmente. È un aiuto o è controproduttivo?

«Dico solo che lanciare il sasso e ritirare la mano come sta facendo il centrodestra è semplicemente un atto di harakiri. Io sono qui a stimolare gli stessi propositori del referendum a metterci la faccia e, dall’altra, a rammaricarmi del fatto che il centrodestra ha un atteggiamento un po’ pilatesco».

Che intende?

«Il referendum non doveva essere politicizzato, ma visto che ormai è così, che si fa? Dopo aver approvato la riforma a maggioranza e aver proposto loro stessi, per primi, il referendum, bisogna sostenerlo».

E lei si è pentito di essere sceso in campo?

«Guardi, io ho sentito dal primo momento il dovere civico di far sentire la mia versione non solo come cittadino, ma in qualità di chi all’interno del Palazzo di Giustizia ha “vestito” diversi ruoli. Dopodiché prevarrà la volontà dei cittadini, purché essa sia libera e non truffata da falsi messaggi. In questi anni mi sono reso conto che tagliare il cordone ombelicale che lega la figura di chi giudica da quella di chi indaga aiuterà a dare più trasparenza all’esito processuale».


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