Una lezione storica proviene da queste Olimpiadi. E va sintetizzata usando un meraviglioso passo di Victor Hugo («Actes et paroles»): «Il futuro ha molti nomi. Per i deboli è l’irraggiungibile, per i timorosi l’ignoto, per i coraggiosi l’opportunità». L’Italia coraggiosa ha colto l’occasione e ha vinto la prova, sfidando i luoghi comuni — il non si può fare cioè lo sconfittismo preventivo — e smentendo i profeti di sventura che alla viglia erano tanti e potenti: dall’America alla Germania e alla Francia di Macron, il quale ha spettacolarmente marcato visita alla cena d’inaugurazione dei Giochi.
Il percorso imboccato, riconosciuto adesso da tutti come eccellenza internazionale, esempio da copiare negli altri Paesi, simbolo virtuoso tanto che il Cio ha insignito Mattarella e Meloni dell’ordine olimpico cioè la massima onorificenza in questa campo, è la continuazione del cosiddetto Modello Roma, o Metodo Giubileo, che consiste nella pianificazione, nella gestione e nello sviluppo di una manifestazione globale, partendo dalla capacità di saper fare squadra, di riuscire a connettere le istituzioni e di farle lavorare insieme, di superare le divisioni politiche, di riconoscersi in un’idea di nazione non nazionalistica ma aperta che vince tutta insieme. E per vincere occorre volerlo, saperlo fare ed essere in grado di trasmettere una visione in cui si riconoscono le classi dirigenti e l’intera società.
Il coraggio
L’Italia che si afferma è quella che sa raccordare, come in questa occasione ma anche come nel caso Giubileo e certamente si andrà oltre su questa linea, il potere nazionale con il potere locale, la forza dello Stato con le energie dei territori e il tutto mettendo in rete l’infinita ricchezza delle diversità che fanno coesione: le Olimpiadi diffuse sono il simbolo di questa policy. Il risultato è un Paese organizzato e sorridente (il sorriso olimpico di Mattarella è il sorriso di noi tutti) e che sa collegare la sua storia con la modernità.
Il fatto è che noi diamo il meglio di noi stessi quando riusciamo a superare la tentazione del “particulare” (Guicciardini: grazie!) e a riconoscersi in un obiettivo comune. E allora fioccano le medaglie, sul campo di gara e fuori da questo.
Del resto, visto che si sta parlando di una lezione storica che oltrepassa lo sport e la contingenza: è accaduto nei grandi momenti della vicenda italiana — basti pensare alla Ricostruzione post-bellica e a quello slancio diffuso e positivo, suscitato e vissuto sia dall’“alto” sia dal “basso” — che la modernizzazione è coincisa con la lucidità nel volerla perseguire, con la coesione necessaria e con una mobilitazione spirituale, oltre che materiale, per cogliere risultati dimostrando di meritarli.
Non dobbiamo esagerare nell’elevare a paradigma un evento particolare. Ma, moderatamente, questo discorso è fattibile. Proprio perché le Olimpiadi hanno seguito il Metodo Giubileo e non sono cadute, per dirla in gergo, dal pero. Ma da una maturazione culturale generalizzata per cui assumersi rischi e responsabilità finisce per pagare, se esiste l’attrezzatura tecnica per condurre la partita.
L’Italia esce da questi Giochi non solo con impianti funzionanti e alcuni ancora da portare a termine, organizzazione efficiente e consenso diffuso, ma con un capitale reputazionale rafforzato. E in un’epoca in cui la credibilità internazionale è moneta politica, questo vale più dell’oro.
E ancora: c’è la questione della fiducia. Quando si vedono classi dirigenti che sono in grado di condurre un’operazione di tale portata, lo scollamento di cui si parla sempre e non a torto, quello tra il cosiddetto Paese legale e il cosiddetto Paese reale, di certo non aumenta, anzi diminuisce perché ormai il saper fare, ma fare bene e nel rispetto di ogni crisma, è il valore politico più sentito dai cittadini, stanchi di ogni bla bla e di qualsiasi distinzione di tipo ideologico e paralizzante.
Il futuro
L’Italia coraggiosa, e attrattiva non solo come meta turistica ma anche come luogo in cui investire e come player geo-politico, è quella insomma che ha sperimentato se stessa nel Giubileo e ha fatto tesoro della sua forza replicabile in tante occasione e con buona possibilità di avere successo. Anche perché i partner europei — che sono anche competitor in questa fase di discontinuità in cui si ridisegnano gli equilibri e le chance — sono per lo più in una fase di difficoltà interna, basti pensare alla Francia o alla Spagna ma pure all’Inghilterra che ebbe un grande volano dalle Olimpiadi a Londra ma ora deve vedersela con la crisi della monarchia e del governo Starmer. In questo percorso, la collaborazione ad ogni livello, istituzionale, politico, territoriale, sostituita al conflitto sterile, è la chiave che ha aperto, chiuso e fatto vincere le Olimpiadi all’Italia nella neve e sul ghiaccio e anche agli occhi di chi fino a ieri sera ci ha guardato e non sempre con un occhio libero da pregiudizi.
Guai a fare patriottismo a vanvera o ottimismo di maniera. E tuttavia, più di un pizzico di soddisfazione può starci. Perché il know how del futuro evidentemente ci appartiene.
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