«Il 2026 sarà l’anno delle bolle?». Questa è la domanda che si pongono investitori e analisti dopo la corsa agli investimenti delle Big Tech statunitensi nell’Intelligenza artificiale. Il timore che il mercato sopravvaluti i titoli tecnologici e la loro effettiva redditività attraversa l’intero panorama economico globale, ben oltre i confini americani.
L’incognita IA: crescita o bolla?
Dopo i rally di Meta e Nvidia – quest’ultima prima a superare i 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione – alcuni osservatori ipotizzano una possibile correzione di mercato. La cautela è d’obbligo, ma rispetto alla crisi delle dot.com dei primi anni 2000, oggi l’Intelligenza artificiale possiede una base infrastrutturale e industriale molto più solida. Potrebbe non tradire le aspettative di trasformazione che promette da anni. Come ha commentato Jeff Bezos, «Sì, è una bolla. Ma una bolla buona».
Debito globale, numeri da record
Non è però l’unica “bolla” in agguato. All’ombra dei successi dell’IA si gonfia il debito globale. Secondo il Fondo monetario internazionale, la somma di debito pubblico e privato ha raggiunto i 346 mila miliardi di dollari, ovvero circa il 330% del PIL mondiale – ben sopra il 200% registrato nel 2007, alla vigilia della crisi economica, e il 320% pre-pandemia.
Stati, imprese e anche famiglie continuano ad aumentare il proprio indebitamento per sostenere investimenti in tecnologia e mantenere livelli di spesa pubblica che fronteggino i tassi di interesse sempre più pesanti. Persino i Paesi tradizionalmente ‘frugali’ dell’area euro – come Austria, Finlandia, Olanda – hanno accettato nuovi deficit, seguendo l’esempio di Francia e Germania. Quest’ultima ha perfino sospeso il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio per finanziare la difesa.
Secondo le proiezioni dell’Fmi, se non cambieranno le politiche attuali, entro la fine del decennio il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti potrebbe superare quello italiano, benché l’Italia si stia distinguendo per una gestione più virtuosa dei conti pubblici. Non tutti i debiti, però, sono uguali: il “debito buono” sostiene investimenti strategici e aiuti, come il PNRR europeo o l’assistenza all’Ucraina; quello “cattivo” alimenta misure spot e bonus privi di visione.
Transizione ecologica, Brexit e bolle politiche
Il rischio di ‘bolla’ esiste anche nel campo della transizione ecologica. L’illusione che la svolta verde avrebbe avuto un impatto indolore per la competitività dell’industria europea non ha retto alla prova dei fatti. L’UE ha fissato obiettivi molto ambiziosi, senza considerare la propria dipendenza da materie prime estere. Ora, complice la pressione della concorrenza tra USA e Cina, punta a rivedere misure ritenute troppo drastiche.
La narrazione politica di una transizione “a costo zero” si scontra con la realtà. Lo stesso vale per il Regno Unito che, dopo la Brexit, si trova a fronteggiare il calo dell’export verso l’Unione, la perdita di influenze sul fronte regolamentare e una netta contrazione degli investimenti esteri. Le imprese, in particolare i servizi finanziari della City, faticano sempre di più. Il ritorno al programma Erasmus nel 2027 sembra rappresentare soltanto il primo passo di un progressivo riavvicinamento a Bruxelles.
Polarizzazione e consenso: la bolla che mina la politica
Infine, la crescente polarizzazione politica sembra alimentare una ‘bolla’ sociale fatta di slogan e antagonismi: noi contro loro. La ricerca di consenso tramite il conflitto permanente rischia, però, di appiattire la complessità dei problemi e rendere più difficile trovare soluzioni efficaci. Così cresce la disillusione e l’allontanamento dei cittadini dalla politica.
In conclusione, anche se il 2026 probabilmente non sarà l’anno del default mondiale, segnerà la fine dell’epoca del “free lunch”: non si potrà più continuare a sostenere economia e politica globale senza pagarne il prezzo.
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