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«I progressisti parlino anche di sicurezza. Renzi? Valorizziamo ciò che ci unisce»


Commenti e retroscena del panorama politico
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«Sarà necessario rimettere insieme i cocci, con gli Usa. Ricostruendo un rapporto che non sia più subalterno, ma leale nella chiarezza».

Dario Nardella, eurodeputato Pd, ha fatto bene Meloni a replicare a Trump a muso duro?

«Ha sbagliato per almeno tre motivi. Avrebbe potuto semplicemente raccogliere la solidarietà di tutti i partiti italiani e dei leader europei senza aprire un ulteriore scontro personale. Il secondo motivo è che la sua risposta era l’opposto dell’atteggiamento tenuto fino a 48 ore prima, quando aveva esaltato pubblicamente la riconciliazione con Trump al G7».

E la terza ragione?

«È politica: Meloni si è fatta umiliare ed è entrata in crisi con ciò che aveva costruito nei due anni precedenti, avendo investito tutto sul rapporto personale con Trump. Che inevitabilmente le ha presentato il conto su dazi e Iran. La subalternità non è influenza».

Dovrebbe andare o no la premier al ricevimento all’ambasciata Usa per il 4 luglio? E Schlein e Conte?

«Da parte nostra, con gli Usa di Trump c’è sempre stato rispetto istituzionale e distanza politica. Faremo come abbiamo sempre fatto. Il problema è loro, che sono passati da chiedere il Nobel per il tycoon al litigarci apertamente. Su Trump il governo ha cambiato tre volte posizione in cinque giorni: una schizofrenia che fa male all’Italia, ci fa apparire deboli e incerti di fronte agli Usa e ai leader Ue. Quando andremo al governo noi, dovremo ricostruire un rapporto serio e non subalterno».

Legge elettorale, il centrosinistra annuncia le barricate. Non temete un rischio pareggio con l’attuale sistema?

«Con l’attuale legge elettorale il governo Meloni è già stabile, il che dimostra che non ne serve una nuova. Il punto è che non stanno cambiando le regole del gioco, ma il gioco stesso. Vogliono blindare un sistema di potere a limite della democrazia. Meloni si fa chiamare la figlia del popolo, ma questa è una legge contro il popolo. Sono pronto a scommettere tutto che non solo porteranno in fondo la legge elettorale, ma oltre al “premio di onnipotenza” non rimetteranno le preferenze. E per evitare di contarsi su questo, ricorreranno al voto segreto o alla fiducia».

Il Pd dovrebbe battersi per le preferenze?

«L’ideale per me sarebbe un sistema basato sui collegi uninominali, che garantiscono rappresentatività e potere agli elettori. In mancanza di questo, le preferenze certo sono meglio di liste bloccate decise a tavolino nei palazzi».

Centrosinistra: vanno fatte le primarie o il leader si può scegliere a tavolino?

«Intanto non perdiamo di vista la sintonia con il Paese. Lo stiamo facendo entrando nel merito, come successo lunedì a Roma con la grande iniziativa della delegazione Pd sull’Europa. Valori e temi prima di tutto. Poi, con una base solida, qualunque metodo per scegliere l’eventuale leadership con la nuova legge elettorale va bene, purché sia condiviso da tutti e rifletta il peso delle forze in campo.

Nessun pregiudizio sulle primarie, ma non rimaniamo prigionieri del tatticismo: i nostri sforzi sono rivolti a occuparci dei problemi reali delle persone. Con lo spirito del referendum possiamo tornare al governo del Paese».

E se la legge elettorale non cambia?

«In quel caso, si può individuare il premier anche sulla base dei rapporti di forza nelle urne».

La foto a quattro del campo largo è stata un autogol? Rischia di alimentare tensioni?

«Il dibattito sulle foto non appassiona né me né i cittadini. Sono convinto che la nostra coalizione dovrà allargarsi il più possibile».

Incluso Renzi?

«È noto che con Renzi ho avuto diversi conflitti politici. Ma in un momento così decisivo per il futuro non tanto nostro, quanto dell’Italia intera, dobbiamo tutti sforzarci per valorizzare ciò che ci unisce. Nella limpidezza degli impegni e della condivisione programmatica».

Auspica una sintesi, al centro?

«Il centro si può dividere in due, tre o più parti, se questo riflette sfumature culturali e politiche diverse, non mi scandalizzo. L’importante è che le divisioni non siano solo frutto di tatticismo tra sigle politiche, perché questo rischia di non essere compreso dagli elettori».

Silvia Salis va coinvolta?

«Conosco Silvia da quando ero sindaco e lei dirigente del Coni. La stimo come persona e come amministratrice, e penso che tutta la coalizione debba chiederle una mano anzitutto per ciò che lei già oggi rappresenta, senza porci il problema di cosa potrebbe fare domani. Non tiriamola per la giacchetta: siamo tutti troppo prodighi di consigli per lei quando mi pare che abbia chiaro qual è il suo impegno».

Per Schlein il nuovo regolamento sui rimpatri Ue importa il modello Ice in Europa. Il Pd fa bene a restare nella maggioranza Ursula?

«Molti aspetti di von der Leyen non mi convincono, dai dazi alla postura su Trump e Israele fino all’ambigua relazione con le destre. Ma se il prezzo per liberarci di lei è consegnare il governo dell’Ue alle destre estreme, allora mi fermerei a riflettere. Meglio un’alleanza più solida con Liberali e Verdi con cui incalzare i Popolari. Il regolamento sui rimpatri è un enorme buco nell’acqua, costoso, inefficace e miope. Ma è anche vero che noi socialisti e democratici dobbiamo mettere sul tavolo una proposta alternativa convincente. Questo a volte manca. Quella dell’immigrazione e della sicurezza nelle nostre città non può essere solo una bandiera da sventolare per le destre, ma un terreno su cui noi progressisti dobbiamo costruire un’alternativa di governo».


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