Per oltre un anno è sembrato che l’intelligenza artificiale potesse sfidare qualsiasi legge della finanza. Ogni nuova trimestrale, ogni annuncio di investimenti in data center, ogni promessa di modelli più potenti ha spinto i titoli tecnologici verso nuovi record. Questa settimana, però, qualcosa è cambiato. Da Seul a New York, passando per Amsterdam e Francoforte, gli investitori hanno iniziato a vendere proprio quei titoli che avevano guidato il boom dell’intelligenza artificiale.
Il Nasdaq è entrato in una fase di forte volatilità, i produttori di semiconduttori sono stati colpiti da pesanti prese di profitto e il caso più clamoroso è stato quello di SpaceX, che in pochi giorni ha bruciato oltre 600 miliardi di dollari di valore di mercato dopo l’entusiasmo seguito alla sua quotazione record. Il suo titolo ieri si scambiava a 164 dollari, dopo che la settimana scorsa era arrivato a 226 dollari. La debolezza non si è limitata a SpaceX. Martedì le vendite si sono estese a gran parte del comparto tecnologico, trascinando il Nasdaq verso una seconda seduta consecutiva di ribassi. L’indice Nasdaq 100 ha chiuso in calo del 2,21%, mentre l’S&P 500 ha perso l’1,44%. Il Dow Jones Industrial Average è rimasto pressoché invariato, con una flessione dello 0,02%, segno che gli investitori hanno concentrato le vendite soprattutto sui titoli più legati alla crescita e all’intelligenza artificiale.
Tra i protagonisti del ribasso figurano Nvidia, scesa del 4,15%, Intel, in calo del 6,14%, e soprattutto Micron Technology, che ha ceduto il 13,18% alla vigilia di una trimestrale considerata cruciale per misurare la domanda reale di infrastrutture AI.
La domanda che serpeggia a Wall Street è semplice: l’intelligenza artificiale sta davvero producendo risultati tali da giustificare le valutazioni raggiunte da molte società del settore? L’andamento dei numeri nelle ultime settimane spiega perché il nervosismo sia aumentato. Il Nasdaq 100, il regno dei giganti tecnologici, aveva guadagnato circa il 20 per cento dall’inizio dell’anno. In Corea del Sud il Kospi, trainato dai produttori di chip SK Hynix e Samsung Electronics, era quasi raddoppiato. Alcuni titoli legati all’AI hanno registrato rialzi a tre cifre in pochi mesi. Micron, attesa questa settimana alla prova degli utili, è salita di oltre il 300 per cento da gennaio. Per molti gestori il problema non è che queste aziende non abbiano prospettive straordinarie. Il problema è che il mercato sembra avere già incorporato negli attuali prezzi anni di crescita quasi perfetta.
Le vendite degli ultimi giorni sono state innescate da una combinazione di fattori. Da una parte emergono dubbi sull’enorme quantità di denaro che le grandi società tecnologiche stanno spendendo per infrastrutture AI. Dall’altra è cambiato il contesto monetario. La scorsa settimana il nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha segnalato una linea più aggressiva contro l’inflazione. I mercati ora ritengono possibile un rialzo dei tassi già entro l’autunno.
È un dettaglio cruciale perché le valutazioni dei grandi gruppi tecnologici si basano sulla scommessa che l’IA produca enormi profitti negli anni a venire. Wall Street sta comprando quel futuro. Oggi quella scommessa non è finita, ma viene sottoposta a una verifica molto più severa. Il simbolo di questa fase è proprio SpaceX. La società di Elon Musk resta una delle aziende più ambiziose e innovative del pianeta, ma molti investitori hanno iniziato a chiedersi se una valutazione superiore ai duemila miliardi di dollari sia sostenibile per un gruppo che continua a consumare cassa e si prepara a raccogliere nuovo debito per finanziare le sue attività legate all’intelligenza artificiale.
Anche il settore dei semiconduttori è sotto osservazione. Le prossime trimestrali di Micron e di altri produttori di chip saranno considerate un test decisivo. Gli investitori non vogliono più soltanto sentire parlare di intelligenza artificiale. Vogliono vedere ricavi, margini e domanda reale sufficienti a giustificare gli investimenti colossali effettuati negli ultimi due anni.
Naturalmente parlare già di scoppio della bolla sarebbe prematuro. Molti analisti ricordano che le aziende al centro della rivoluzione dell’AI producono oggi utili e flussi di cassa incomparabilmente superiori alle società internet durante la bolla delle dot-com di venticinque anni fa. Ma il brusco cambio di umore di questi giorni segnala che Wall Street è entrata in una nuova fase. Fino a poche settimane fa il mercato premiava quasi automaticamente tutto ciò che era collegato all’intelligenza artificiale. Oggi comincia a distinguere tra promesse e risultati, e ci si chiede se il boom sia destinato a trasformarsi in una rivoluzione economica duratura oppure se una parte dell’entusiasmo non sia stato solo frutto di speculazione.
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