I bambini vestiti a festa tra gli scranni, l’applauso delle violoncelliste con gli archetti, il sorriso bonario del Presidente della Repubblica ai ragazzi premiati per i loro lavori nel segno della memoria. E la commozione degli esuli, i fazzoletti che spuntano lesti tra i banchi e lestamente vengon riposti. È la giornata del ricordo e l’Aula di Montecitorio è gremita come ormai accade di rado. In prima fila prendono posto le alte cariche dello Stato, al centro si scorgono i capelli color zucchero filato di Sergio Mattarella, che al pomeriggio visita, a sorpresa, la mostra sugli esuli fiumani, dalmati e istriani al complesso del Vittoriano a Roma.
Poco prima di arrivare alla Camera, la premier Giorgia Meloni affida ai social il suo pensiero su un dramma che ancor oggi fatica a farsi memoria collettiva, nonostante furono migliaia i soldati e i civili italiani gettati nelle foibe dai partigiani di Tito, e molti molti di più, centinaia di migliaia, quelli costretti a lasciare tutto, a fuggire per non morire. La presidente del Consiglio stigmatizza nel suo post «un’imperdonabile congiura del silenzio, dell’oblio e dell’indifferenza», mentre in molti tra coloro che prendono la parola a Montecitorio ricordano i tentativi di cancellare una pagina dolorosa o ridurla a poca cosa. «La Nazione — le parole della premier — non deve aver paura di guardare in faccia quella verità, ricacciando nell’ignavia ogni squallido tentativo negazionista o riduzionista. Il ricordo non è rancore, ma giustizia». Il presidente del Senato Ignazio La Russa si spinge oltre, rimarcando come il giorno del ricordo non sia solo un’occasione «per ricordare, per tramandare, ma anche per rinnovare la nostra richiesta di perdono per il colpevole silenzio che ha avvolto e coperto queste voci per troppi anni», con «la sofferenza di migliaia di nostri connazionali volutamente e sistematicamente occultata, negata da una parte politica e dalle istituzioni che da quella parte politica erano rappresentate». Parole che provocano la reazione stizzita del Pd, con Stefano Vaccari che rimprovera La Russa di aver «perso l’ennesima occasione per assolvere, con disciplina e onore, al suo ruolo».
Gli appelli alla memoria condivisa che si affastellano del resto stridono, e non poco, con giorni in cui maggioranza e opposizione battagliano persino sulla scaletta di Sanremo. E la distanza tra le parti emerge con forza anche nel modo scelto per celebrare la giornata del ricordo, con il centrodestra che si muove come un sol uomo e il centrosinistra che procede in ordine sparso, a rilento e soprattutto con la raccomandazione di non usare i drammi del passato come rivendicazioni per il presente. Elly Schlein ricorda le «conseguenze catastrofiche dei totalitarismi e dei nazionalismi, tutti», mentre per Giuseppe Conte «abbiamo solo un modo per ricucire certe ferite: evitare le strumentalizzazioni e guardare in faccia l’orrore che producono i totalitarismi». Come accade a Montecitorio, dove a monopolizzare la cerimonia sono soprattutto le storie degli esuli e di chi non ce l’ha fatta, i tanti italiani divorati dagli inghiottitoi carsici, in Venezia Giulia noti da sempre come foibe, da qui il nome dato al massacro. Raccontano che quando butti giù un sasso in quelle gole lo senti rimbalzare per un tempo infinito, un tempo che mette i brividi.
Il tributo a Fini di Oliva
Quando lo storico Gianni Oliva prende la parola in Aula, rende merito agli allora presidenti di Camera e Senato, Fini e Violante, per aver sdoganato il tema dal punto di vista politico, con un dibattito nel 1998 all’Università di Trieste. Fini è in Aula, seduto pochi metri dietro Meloni, accenna un sorriso che sa di orgoglio. Toni Concina, a capo dell’associazione dalmati italiani nel mondo, restituisce ai presenti pagine che grondano dolore, compresa quella delle donne che in guerra pagano, oltre alla perdita, l’infamia e l’onta dello stupro. Ma il momento più alto arriva quando sui banchi della presidenza arriva Abdon Pamich, l’esule diventato campione. Medaglia d’oro nei 50 km ai Giochi Olimpici di Tokyo del 1964 e bronzo a Roma nel ’60, è un simbolo di resilienza: un cammino iniziato tra le macerie della guerra e arrivato alla gloria olimpica. «Oggi, 10 febbraio, è una data che riapre in me quella ferita che porto nell’anima», esordisce con voce tremolante e commossa. La standing ovation scatta immediata. E il vecchio Pamich mette tutti d’accordo.
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