C’è anche l’Eni tra i colossi internazionali dell’energia che gli Stati Uniti hanno scelto per rilanciare la produzione di petrolio in Venezuela, crollata sotto il milione di barili all’anno non soltanto per l’embargo americano al precedente regime. A poco più di un mese dalla caduta dell’ex presidente Nicolás Maduro per mano statunitense, l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del dipartimento del Tesoro ha comunicato di aver concesso a cinque compagnie (oltre all’Eni, le britanniche Bp e Shell, l’americana Chevron e la spagnola Repsol) le licenze per operare nel Paese sudamericano, che con oltre 303 miliardi di barili possiede le più riserve di greggio al mondo grandi. Licenze che sono necessarie per evitare di incappare nelle sanzioni Usa.
Attraverso un suo portavoce, il gruppo guidato da Claudio Descalzi (che ieri ha chiuso in Borza in crescita dello 0,45 per cento) ha fatto sapere: «La licenza generale numero 50 è stata appena emessa; prendiamo atto che Eni è esplicitamente inclusa e stiamo attualmente valutando le opportunità che essa apre nell’ambito di un dialogo costante e costruttivo con le autorità statunitensi».
Più precisamente sono due le licenze concesse dall’amministrazione americana alle compagnie. Dopo l’operazione per arrestare Maduro ed estradarlo negli Usa, la Casa Bianca ha annunciato di voler controllare le vendite di petrolio venezuelano per una quota tra i 30 e i 50 milioni di barile «a tempo indefinito», ma in accordo con il nuovo corso a Caracas. I primi a essere messi sul mercato saranno i barili accumulati nei depositi e mai venduti.
LE AUTORIZZAZIONI
In questa direzione, la prima autorizzazione permette ai cinque gruppi internazionali di riavviare le transazioni internazionali con il gruppo locale Pdvsa e le sue controllate. Pdvsa nelle scorse settimane si era rifiutata di vendere petrolio alle aziende prive di licenze individuali statunitensi. La seconda garantisce la possibilità di fare accordi relativi a ulteriori investimenti, per esempio per esplorare nuovi giacimenti petroliferi o espandere le operazioni esistenti.
Gli Usa hanno anche definito le regole d’ingaggio: i contratti dovranno sottostare alle normative statunitensi, mentre i pagamenti saranno effettuati attraverso conti bancari approvati dal Tesoro americano. Quindi gli introiti per le royalty transiteranno attraverso il Foreign Government Deposit Fund. Queste risorse sono necessarie per garantire la ripartenza del Venezuela, dove secondo gli ultimi report oltre la metà degli abitanti vive in estrema povertà.
Vietate poi dagli Usa operazioni che coinvolgano navi sottoposte a sanzioni legate a Russia, Cina, Iran, Corea del Nord o Cuba. Secondo alcuni analisti, queste licenze non risolvono per le compagnie nodi come debiti pregressi (Eni deve recuperare una cifra che si stima intorno ai tre miliardi di dollari) e asset espropriati.
Il Cane a sei zampe, presente nel Paese sudamericano da diversi decenni, partecipa a importanti joint venture come quelle per lo sfruttamento del giacimento off-shore di gas Perla nel blocco Cardon IV, del campo petrolifero di Corocoro e del blocco Junìn-5 per la produzione di olio pesante.
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