«Quali sono i valori non negoziabili del Pd in vista di future alleanze?». È la domanda che i cronisti fuori dal Nazareno ripropongono sistematicamente ai dirigenti del Pd che arrivano alla spicciolata. A fermarsi e a concedere una risposta immediata sono soprattutto gli esponenti riformisti: «L’Ucraina», tira dritto Giorgio Gori. «La chiarezza in politica estera», gli fa eco Lorenzo Guerini. Nella sua relazione di oltre un’ora, in apertura della direzione, Elly Schlein parte proprio da qui: dagli Stati Uniti, la cui amicizia va preservata con la garanzia di «rispetto e reciprocità». E da Kiev, su cui serve un «negoziatore unico» e un nuovo «protagonismo diplomatico». Se la questione che verrà sollevata poi dalla minoranza dem, ovvero quella di un «chiarimento» con gli alleati sui principali dossier internazionali, rimane sullo sfondo — e d’altronde, come dice lo stesso Conte, «una soluzione si troverà anche sull’Ucraina» — la leader democratica ci tiene a dare rassicurazioni su un altro punto: «La coalizione ha margine per crescere ancora e aprirsi». Parole che servono a gettare nuova acqua sul fuoco delle polemiche per la sua foto a tavola con il leader del M5S e quelli di Avs. Le riflessioni sui centristi («non interferiamo con le loro dinamiche») e sui temi da presidiare, vedi la sicurezza, vengono lasciate alle repliche. Nel corso delle quali Schlein si concede un’annotazione amara: «C’è un pezzo di establishment che malsopporta una leader progressista a Palazzo Chigi». Ragionamenti che si fanno mentre Giuseppe Conte, per la prima volta, mette sul piatto un’opzione B alternativa alle primarie per individuare il nome per la premiership: la scelta del candidato più competitivo sulla falsariga di quanto avviene per le Regionali. Proposta che suona alle orecchie di qualche maggiorente Pd come una trappola: «E se poi, una volta seduti a un tavolo, si proponesse a tutti i leader di fare un passo indietro?».
Tavoli e Superbonus
Il presidente pentastellato ventila questa ipotesi a un evento organizzato dal quotidiano La Verità, nel quale fa pure una mezza marcia indietro sul Superbonus: «Oggi non lo rifarei, non c’è una pandemia». Quanto basta, insomma, per sminuire le preoccupazioni di chi, a destra, vede nel suo ritorno a Chigi una minaccia per i conti pubblici. Poi, rimanda l’ammissione di Matteo Renzi all’interno del campo largo: «Non è una decisione da prendere adesso». Al vetriolo la replica dell’ex rottamatore: «Io ho molta ammirazione per chi è riuscito nel capolavoro di riportare le divisioni nel centrosinistra, mentre il centrosinistra era unito e il centrodestra si spaccava». Dal quartier generale del Pd, Schlein fa la «pontiera»: «Dopo vent’anni c’è finalmente l’opportunità di andare insieme, con un’alleanza progressista, alle prossime elezioni». La sua è soprattutto una relazione di bilancio, che serve a scattare una fotografia dei risultati portati a casa fino ad oggi. E a serrare i ranghi delle sue truppe, invitando i dirigenti a mobilitarsi in vista delle Feste dell’Unità: «Sono tante, ma anche noi lo siamo, e vi chiedo di coprirle tutte».
Dato lo spirito della relazione, negli interventi dei presenti non si registrano strappi. Certo, Graziano Delrio ha chiesto di respingere l’idea di un Pd che faccia da «blocco» con Avs e M5S (come detto da Francesco Boccia), facendo perno sulla propria «identità», ma ha pure ribadito che, in caso di primarie, voterà Elly Schlein. Stefano Bonaccini ha rilanciato una mobilitazione contro la legge elettorale, sul modello della giustizia, e ha chiesto a Carlo Calenda di schierarsi con il centrosinistra per non far vincere le destre (con tanto di replica del diretto interessato: «Ci interessano i punti programmatici non il voto contro qualcuno»). Andrea Orlando ha parlato di «alleanza costituzionale», e di una «sedia» da lasciare «sempre vuota per consentire il protagonismo politico di altri soggetti che non si riconoscono in ciò che è oggi l’alleanza di centrosinistra». Il tesoriere Michele Fina ha messo in guardia dal rischio di un «cedimento culturale alla logica del premierato».
La replica
Non a caso, la segretaria, in replica, è tornata a ribadire la necessità di fare «muro» sullo Stabilicum, che «è un premierato di fatto e un nuovo attacco alla Costituzione». Sul rapporto con gli altri partiti del centrosinistra ha ribadito che «l’alleanza già c’è e funziona», mentre bisogna guardare con interesse al centro, lasciando che si organizzi senza interferire. Anche perché, ragiona, le due piazze pubbliche di luglio saranno un modo per «rilanciare» le iniziative già fatte insieme, ma il programma vero si discuterà a settembre «anche con i centristi». Senza ipotecare ad altri questioni come la sicurezza, che «è un tema anche del Pd». Alla fine, Schlein condivide il timore che ci siano «manovre» in corso per influenzare la scelta del prossimo presidente del Consiglio. È lei stessa a spiegare il motivo per cui ambienti conservatori ostacolerebbero la sua premiership: «Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere quarant’anni. Ma — promette — andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione».
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