Il contatore sul sito del ministero della Giustizia segna quota 355mila firme quando, dal Consiglio dei ministri, arriva la conferma ufficiale: il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia si svolgerà il 22 e 23 marzo, in concomitanza con le suppletive per sostituire i seggi uninominali in Veneto lasciati vacanti dai due deputati della Lega Alberto Stefani e Massimo Bitonci. Una soluzione di compromesso tra i desiderata della maggioranza (pronta a fissare la consultazione già al 1 marzo) e quelli delle opposizioni (per le urne a metà aprile). E che, come anticipato nei giorni scorsi, avrebbe riscosso il benestare del Quirinale.
La raccolta firme per la nuova istanza di referendum va avanti, e i 15 giudici — contrari alla separazione delle carriere — che l’hanno avanzata, non intendono darsi per vinti: già oggi riferiranno a Mattarella l’intenzione di procedere con un ricorso. Ma il governo respinge l’accusa di «un’accelerazione». Per Mantovano «va rispettato l’obbligo di legge».
Il Cdm
È proprio lui, il sottosegretario di Stato, a prendere parola al momento della deliberazione del Cdm sulla data. E a spiegare che la minaccia di ricorso per non aver atteso fino al 30 gennaio (termine entro cui sarebbe stato possibile avanzare proposte referendarie) non è il rischio maggiore. Se il governo non avesse proceduto a fissare la data entro il 17 gennaio, l’ordinanza della Cassazione che ha dato il via libera alla richiesta referendaria della maggioranza non sarebbe stata più valida.
Il riferimento è l’articolo 15 della legge 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza. Dunque, più che una forzatura o un’accelerazione, un atto di «rispetto» per tenere fede a un «obbligo di legge». Non la pensano così i propositori del nuovo quesito, convinti che il governo abbia deciso di ignorare sia «la Costituzione che concede tre mesi per la proposizione del referendum», che la «prassi applicativa che ne è conseguita».
Il ricorso annunciato nei giorni scorsi si tradurrà presto in realtà: «Informeremo domani il presidente della Repubblica e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede», ha detto in una nota il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme, Carlo Guglielmi. Il quale, contattato, fa sapere che i dettagli sulle modalità dei ricorsi (se al Tar o alla Consulta), verranno forniti solo dopo la comunicazione scritta inviata al Colle.
Pure se il ricorso non andrà in porto — come sostiene più di qualcuno che nel governo ha studiato il dossier — quel che è certo è che la mossa della raccolta firme sarà servita a ritardare l’indicazione della data in Cdm. E non solo. La Cassazione, a raccolta firme conclusa (necessarie 500mila firme), potrebbe ritenere legittima anche questa seconda istanza e mettere a punto un quesito unitario a partire da entrambe le proposte pervenute: sia quella del centrodestra, che quella di iniziativa popolare da parte dei contrari alla riforma, che gode anche del sostegno del Pd, del M5s e di Avs. Alcuni di loro, ieri, sono tornati all’attacco: «È in corso una raccolta firme che sta andando molto bene ed è evidente che il governo Meloni ha paura che un periodo congruo di informazione per i cittadini chiamati al voto possa far crescere in modo esponenziale la consapevolezza che questa riforma costituzionale deve essere sonoramente bocciata», scrive il M5S, mentre per Peppe De Cristofaro di Avs si tratta di un «atto gravissimo».
Per una sinistra contraria alla riforma, ce n’è un’altra pronta a votare sì. Quest’ultima ha deciso di riunirsi a Firenze proprio con l’obiettivo di entrare «nel merito» del ddl ed evitare di “appaltarlo” alla maggioranza. Anche perché la storia del centrosinistra racconta altro: «Noi per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere», ricorda il costituzionalista e vicepresidente di Libertà Eguale, Stefano Ceccanti, dell’idea che sul referendum non possa esserci una «disciplina di partito». Sulla stessa linea l’ex parlamentare del Pd, Anna Paola Concia, che lancia una stoccata contro la sua parte politica che accusa di fascismo chi si dice a favore della separazione: «State tranquilli, il Santo uffizio della sinistra non esiste». Pina Picierno rincara la dose con un altro monito: «Non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme».
All’evento di Firenze hanno preso parte anche la senatrice di Italia viva, Raffaella Paita, e Benedetto Della Vedova di Più Europa, a dimostrazione di un consenso per le ragioni del sì che va ben oltre la schiera dei dem. E che va preso in considerazione con l’approssimarsi delle Politiche: «Votare sì — il ragionamento di Della Vedova — serve a tenere dentro una possibile coalizione, alleanza di centrosinistra anche i liberali» e «i radicali». Per dirla come Augusto Barbera, già presidente della Corte costituzionale, non si tratta di un «voto pro o contro il governo Meloni», ma di una «riforma liberale».
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