Cui prodest, cioè a chi giova e quindi a chi conviene la nuova legge elettorale, già ribattezzata lo Stabilicum? In teoria, a vedere sia chi l’ha proposta, sia le prime reazioni («garantisce stabilità e rappresentanza» dice Maurizio Lupi di Nm; «per noi è inaccettabile», tuona Elly Schlein del Pd), la risposta è chiara: è una legge elettorale, un testo base – che dovrà poi passare per la Commissione affari costituzionali e poi per l’aula, con emendamenti e aggiustamenti vari – pensato su misura per il centrodestra. Che, sondaggi alla mano, è in vantaggio sul centrosinistra. Secondo la media di Youtrend di un paio di punti percentuali, secondo alcuni sondaggisti anche di più. Con Fdi che veleggia intorno al 30 per cento (qualche settimana uno zerovirgola sopra, qualche altro uno zerovirgola sotto), Forza Italia e Lega che fanno da vasi comunicanti (se sale l’una scende l’altra, ma la somma fa più o meno sempre la stessa cifra, intorno al 16%) e Noi moderati che sarebbe il primo dei non eletti nella coalizione, sotto la soglia di sbarramento del 3%.
GLI SCENARI
Fino a qui la “fotografia” della situazione attuale. Prendendo il premio di maggioranza – 70 deputati alla Camera, 35 al Senato – l’attuale maggioranza si riconfermerebbe tale e avrebbe ancora i numeri assoluti per guidare entrambi in rami del Parlamento. Con uno degli effetti facilmente prevedibile: Meloni bis a Palazzo Chigi (sarebbe l’unica della storia repubblicana), perché è abbastanza evidente che il nome indicato dalla coalizione come candidata premier sarebbe ancora “Giorgia, la figlia del popolo”(come da copertina del libro di Italo Bocchino). L’altro effetto è derivato, ma anche questo scontato. Con la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato, sarebbe il centrodestra a “dare le carte” meno di due anni dopo, per la corsa al Quirinale, la vera Champions League della politica italiana. E lì si apre il toto-nomi. A destra, ad esempio (ma manca un’èra geologica…) a parte la suggestione Meloni – difficile, se non impossibile, oltre al fatto che la premier ha smentito sempre – ci sarebbero Crosetto, Tajani, Mantovano, Pera, forse Fitto. Qualcuno butta lì anche Mario Draghi, che con la premier mantiene un buon rapporto (ce lo avevano persino quando Meloni era l’unica all’opposizione del suo governo).
Ma poi, da qui alle Politiche ‘27, ci sono comunque diverse incognite, a destra e a sinistra, che possono far cambiare il quadro e anche di molto. E far diventare una legge voluta dal centrodestra, un’arma per il centrosinistra.
LE INCOGNITE
Prima sliding door, il Referendum per la giustizia. I rispettivi schieramenti continuano a dire che, in caso di sconfitta (e quindi se vince il No per il centrodestra, se passa il Sì nel caso del centrosinistra), non succede nulla nelle coalizioni. Poi, però, vai a capire se è vero. Se passa il No, la sinistra lo prenderà come l’avvio della spallata al governo. Ed è evidente che le fibrillazioni già presenti nel centrodestra aumenteranno. Fino ad arrivare ad elezioni anticipate? Forse no, anche perché Meloni ha l’obiettivo minimo di arrivare al 4 settembre, quando batterà il record di governo più longevo della Repubblica, ma poi vai a sapere. E nel centrosinistra, se vincesse il Sì, si potrebbe aprire il “processo” ad Elly Schlein, con i riformisti dem che potrebbero riprendere fiato, Giuseppe Conte potrebbe porre la questione della leadership a sinistra. Insomma, possibili fibrillazioni anche qui. Fino al punto di rottura del campo largo, come auspica la destra? Magari no, nel senso che sarebbe un suicidio politico. Ma è anche evidente che, con questa legge elettorale, o si è convinti di vincere per poi spartire il premio di maggioranza, oppure quasi quasi conviene correre da soli. È il caso, ad esempio, di M5S che di solito prende di più quando va in solitaria che quando è alleato del Pd.
Su Meloni, da qui alle Politiche, c’è un’altra incognita. Le elezioni di midterm americane. Si dirà: che c’entrano? C’entrano perché se Trump le perde, oltre a rappresentare un segnale forte negli States e nel mondo, anche la premier ne uscirebbe naturalmente indebolita. Finora, infatti, Meloni ha giocato un ruolo internazionale per diversi fattori: la ritrovata stabilità italiana, valore da difendere; la sua capacità di intessere relazioni e di anticipare alcuni filoni di politica europea; ma, in terza battuta, sicuramente il buon rapporto con Trump le ha dato un vantaggio, un credito e quindi un ascendente rispetto a tutti gli altri leader europei. Dopo il midterm, se Trump perde, bisognerà vedere se sarà ancora così.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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