05.01.2026
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Politics

Cambia la Corte dei Conti, un tetto ai risarcimenti. «Stop alla paura di firma»


«Cantalamessa, hai votato? Ricorda che conoscevo tuo papà, quindi vota bene…». Il vocione di Ignazio La Russa risuona in un’aula di Palazzo Madama insolitamente gremita, considerato che la seduta cade il 27 dicembre e per giunta di sabato, a vacanze natalizie dei senatori appena cominciate. E invece no: tutti convocati di nuovo a Roma, appena tre giorni dopo aver chiuso un’estenuante maratona sulla legge di Bilancio, per licenziare la riforma della Corte dei Conti. Il testo caro al governo che, nelle intenzioni della maggioranza, servirà a ridurre la paura della firma per gli amministratori pubblici, per i quali non è più previsto il risarcimento integrale allo Stato in caso di danno erariale per colpa grave (mentre resta nei casi di dolo o illecito arricchimento). E che invece per le opposizioni rappresenta un nuovo «colpo di spugna» alla possibilità di esercitare controlli sulla politica e sul potere.

Seduta lampo o quasi, tre ore e mezzo appena contro le sei che erano state messe in conto, con non poco sollievo di qualche senatore della maggioranza che a muso lungo (e taccuini chiusi) confessa: «Ci hanno precettati». Rimandare all’anno nuovo, del resto, proprio non si poteva: il 31 dicembre scadrà lo “scudo erariale” introdotto nel 2020 con l’emergenza Covid e da allora sempre prorogato, anche per salvaguardare i progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Uno “scudo” che la riforma di fatto assorbe e integra.

LO “SCUDO”

E a testimoniare quanto l’esecutivo tenga al ddl, proposto dal ministro degli Affari Ue Tommaso Foti quando era ancora capogruppo alla Camera, ecco che a seguire i lavori dai banchi del governo per conto di Giorgia Meloni arriva il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano. Che poco dopo le 14,30 si lascia andare in sorrisi e strette di mano con i colleghi (tra gli altri ci sono i ministri Calderoli, Bernini e Musumeci, il viceministro forzista Francesco Paolo Sisto, e a un certo punto si affaccia pure Matteo Salvini). La riforma è legge, con 93 sì e 71 no e 5 astenuti, tutti di Italia viva.

I Fratelli d’Italia acclamano la «svolta storica», la Lega parla di una «vittoria del buonsenso», Forza Italia di un «passo in avanti» per rendere il Paese «più efficiente e meno burocratico». Qualcuno, prima di riagguantare il trolley, si concede un brindisi con spritz e noccioline alla buvette. «Un altro successo», si complimenta anche La Russa a seduta conclusa a tu per tu con Mantovano.

Di fatto la legge circoscrive il perimetro di azione della magistratura contabile, protagonista nei mesi scorsi si sonori scontri col governo sul Ponte sullo Stretto e i centri per migranti in Albania. E introduce diverse novità, oltre al limite al 30% del danno di risarcimento per l’amministratore pubblico riconosciuto colpevole in caso di errore non doloso (risarcimento che comunque non potrà superare i due anni di stipendio lordo). La fattispecie di «colpa grave», ad esempio, viene rivista in modo più restrittivo, mentre si introduce una presunzione di «buona fede» (a meno che non si dimostri il contrario) per gli organi politici, come sindaci o presidenti di regione, sugli atti di competenza degli uffici tecnici. E poi ancora: tutti gli appalti «sopra soglia» connessi al Pnrr dovranno essere sottoposti a controllo di legittimità. Ma se la risposta non arriverà in 30 giorni (in alcuni casi estensibili a 90) scatta il meccanismo del silenzio-assenso, che esclude la responsabilità erariale.

LE REAZIONI

Una sburocratizzazione che l’Associazione magistrati della Corte dei Conti bolla come una «pagina buia per tutti i cittadini». E che le opposizioni in Aula contestano duramente, seppur senza fare ricorso all’ostruzionismo. Durissimo il capogruppo Pd Francesco Boccia: «Vogliono addomesticare chi controlla – affonda – La riforma rende più difficile perseguire gli illeciti erariali, non è meno grave della separazione delle carriere». Per il centrosinistra, insomma, si tratta di un «disegno» per «smantellare» controlli ed equilibrio dei poteri, che fa il paio con il ddl sul premierato e la riforma della Giustizia. «Un altro passo verso la repubblica dell’impunità», tuona dal M5S Giuseppe Conte. Che legge il ddl come una vendetta per lo stop della Corte alla delibera Cipess del Ponte sullo Stretto.

Interpretazione che Mantovano respinge al mittente, sottolineando che il testo è stato oggetto di «costante interlocuzione» coi giudici contabili. «Parlare di vendetta mi sembra, per usare un eufemismo, una forzatura», sottolinea il sottosegretario in un punto stampa post voto in Senato. La riforma, osserva, «parte all’incirca due anni fa» mentre la bocciatura del Ponte risale a novembre. Quanto al limite al 30% per i risarcimenti, «basta ipocrisia», avverte il sottosegretario: prima del ddl «eravamo al di sotto del 10% come introiti rispetto all’accertato, se si arriva al 30 è un passo in avanti». E i due anni di stipendio come tetto massimo per i risarcimenti? «Per un dipendente pubblico, rimanere due anni senza stipendio non è una cosa leggera».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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