ROMA Stabilicum. Il nome di battesimo rigorosamente in latino, come da tradizione. Il centrodestra trova l’intesa sulla legge elettorale. Addio ai collegi uninominali, premio di maggioranza per chi ottiene un voto in più del 40 per cento, soglia di sbarramento al 3 per cento, ipotesi ballottaggio se mancano i numeri alla prima tornata. La notte ha portato consiglio. Con una riunione fiume nel quartier generale di Fratelli d’Italia a via della Scrofa, sfociata in un testo depositato dalla maggioranza alla Camera e al Senato.
Il testo
«Una traduzione fedele del consenso elettorale in seggi parlamentari — si legge nella premessa — senza rinunciare all’esigenza altrettanto essenziale di garantire la formazione di maggioranze in grado di sostenere efficacemente l’azione di governo». Dopo mesi di trattative febbrili ecco lo sprint chiesto dalla premier Giorgia Meloni. E la riforma che prende vita. I pilastri? Non esisteranno più i collegi uninominali, che rischiano di «determinare scostamenti tra voti espressi e seggi attribuiti», scrivono i firmatari. Restano invece i collegi plurinominali su base nazionale alla Camera e regionale al Senato e come da premesse ecco il premio di maggioranza: chi ottiene un solo voto in più del 40 per cento incassa un premio di 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama. Un colpo di mano per le opposizioni che montano le barricate e accusano il governo di una legge «cucita su misura» e pensata per scegliersi da soli il prossimo inquilino del Quirinale.
Da Roma picchia duro la segretaria del Pd Elly Schlein: «Ci sono elementi per noi inaccettabili». E ancora: «Rischiano di consegnare a chi poi vince delle elezioni anche la possibilità di eleggere da soli un presidente della Repubblica». Non è da meno il giudizio di Riccardo Magi, segretario di Più Europa: «Questa legge è piena di schifezze». In scia il presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte: «Danno l’anima per le riforme per salvare i politici dalle inchieste. Continuano però a chiudere gli occhi davanti a lavoratori sfruttati e sottopagati da Nord a Sud».
Il centrodestra però tira dritto e prepara una maxi-accelerazione. L’ordine dall’alto è di votare entro giugno in entrambe le Camere.
Non tutti i nodi sono stati sciolti però. E qui torniamo alla riunione fiume che ha tenuto a via della Scrofa i big del centrodestra fino a tarda notte, tra mercoledì e giovedì. Dodici ore di maratona. A sudare sulle bozze il padrone di casa Giovanni Donzelli, per la Lega il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, e Andrea Paganella, per Forza Italia, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio, per Noi Moderati, Alessandro Colucci. Ha preso vita così, tra pizze e birre da asporto e uno sguardo distratto a Sanremo e alla Champions League, l’intesa elettorale della maggioranza. Con qualche piccolo colpo di scena. Come la telefonata della premier a Donzelli nel tardo pomeriggio, mentre i delegati sono a buon punto delle trattative. «Io sono sempre stata per le preferenze, lo sapete» il messaggio consegnato dalla leader al suo colonnello.
Che riferisce ai convitati. La Lega però non ne vuole sapere. «Se è così allora la legge elettorale ve la scrivete da soli» la battuta caustica di Calderoli riferita dai presenti. Le preferenze saltano, ma non è affatto detto che finisca qui. Fonti di FdI spiegano che un emendamento del partito potrebbe spuntare alla Camera e al Senato già nelle prossime settimane. Alla fine tutti tornano dalla maratona negoziale con qualcosa in tasca. O almeno ne sono convinti.
Le bandierine
Forza Italia disinnesca la proposta, di matrice meloniana, di indicare il nome del premier sulla scheda elettorale: sarà indicato sì ma solo sul programma depositato al Viminale. La Lega incassa l’affossamento delle preferenze, per ora, mentre il partito della premier può rivendicare il ballottaggio: si andrà al doppio turno se le prime due liste o coalizioni di liste, avendo mancato la soglia del 40 per cento, ottengono comunque più del 35 per cento dei consensi. E per i partiti “junior”? La soglia di sbarramento resta al 3 per cento. Contendibile a sinistra per Carlo Calenda, come a destra — e questo è stato un cruccio nei negoziati della maggioranza — per il generale “scissionista” Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale. Ritocchi ancora possibili quando lo “Stabilicum” entrerà nelle rapide del Parlamento. Aspettando ovviamente di scoprire cosa ne pensa la Consulta. Dice Maurizio Lupi, capo di Noi Moderati: «Ci auguriamo che questa volta l’opposizione sia disponibile ad un confronto reale e serio in Parlamento per una riforma condivisa».
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