Milano Nessuna fretta. Dopo aver aspettato quasi due anni per prendere il controllo di Commerzbank, Unicredit ha intenzione di prendersi tutto il tempo necessario per decidere come muoversi in Germania. Prima di tutto, dopo essere arrivato al 49% dei diritti di voto al termine dell’offerta pubblica di scambio, Andrea Orcel aspetta il via libera della Bce al trasferimento formale delle azioni. Un’autorizzazione che dovrà sommarsi a quella dell’Antitrust e della BaFin, la Consob tedesca. Per completare tutto l’iter servono anche via libera secondari, Unicredit non teme intoppi. Certo, se una volta completato il passaggio di proprietà, il presidente Jens Weidmann e la ceo Bettina Orlopp si dimettessero, probabilmente in Piazza Gae Aulenti sarebbero tutti più sereni. Per il momento, tuttavia, non è nei piani del gruppo chiedere la convocazione di un’assemblea straordinaria per accelerare un cambio al vertice.
Al di là dei passaggi formali, Orcel aspetta il 22 ottobre per analizzare l’impatto di Commerzbank sui conti di Unicredit. Se dal punto di vista degli utili, degli impieghi e dei rischi non ci saranno sorprese — e la controllata tedesca continuasse a contribuire positivamente ai profitti della banca italiana -, nessuno esclude che si possa aspettare la prossima primavera per prendere una decisione sulla quota della banca di Francoforte. Anche perché Orcel avrebbe sei mesi di tempo in più per negoziare col governo di Berlino — a sua volta messo sotto pressione dall’avanzata politica dell’estrema destra di Afd.
Da New York, dove ha partecipato alla Barclays Annual Global Financial Services Conference, la ceo di Commerz Orlopp ha detto che non «c’è motivo di rivedere le previsioni e mi sento abbastanza tranquilla riguardo al raggiungimento degli obiettivi per il 2026». Secondo la manager «l’obiettivo e l’aspettativa sono chiaramente che i risultati non siano peggiori di quelli che abbiamo visto finora». Se gli utili si attestassero a 3,2 miliardi con una distribuzione del 100% dei profitti, Unicredit incasserebbe una cedola da 1,6 miliardi di euro. Insomma, di fronte a una buona trimestrale non ci sarebbero motivi sufficienti per accelerare sul ricambio. Anche alla luce del fatto che il mandato di Weidmann scade ad aprile 2027. E che la stessa Orlopp — pur dovendo restare in carica fino al 2029 — ha già fatto sapere che qualora non ci fossero più le condizioni, sarebbe pronta a lasciare. Il nodo della governance si intreccia con la volontà di Berlino, forte di quasi il 13%, di mantenere due posti nel Consiglio di Sorveglianza. «Siamo allineati con il governo perché è anche un azionista importante — ha proseguito Orlopp — Penso sia importante che ci siano discussioni anche tra i due grandi azionisti, in particolare quando si tratta di una potenziale fase due» in cui si parla di «una fusione, un accordo di controllo o di ciò che è in discussione, ovvero la vendita di Hvb a Commerzbank».
Gli accordi
Tutto questo funziona senza intoppi solo se si ha anche un accordo con il secondo maggiore azionista nel consiglio». La richiesta, però, non sarebbe stata avanzata formalmente dal ministro delle Finanze tedesco e vice cancelliere, Lars Klingbeil a Orcel nel corso del loro incontro lunedì scorso. Orlopp poi ha ribadito che Unicredit deve chiarire «quando passare alla Fase 2», ovvero all’integrazione tra «Hvb e Commerzbank» per la quale «sarebbe necessaria una maggioranza del 75% nell’assemblea generale degli azionisti». Nei piani di Orcel, un’operazione del genere è rimandata al 2029. Peraltro, ieri, un report di Mediobanca ha «suggerito» a Unicredit di continuare a concentrarsi sull’estero e dopo la conquista di Commerz di puntare sulla Spagna e su Santander per creare quelle «Jp Morgan europee» di cui ci sarebbe bisogno a livello continentale.
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