28.10.2026
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Science

Dormire con il proprio bambino nel lettone? Quali sono i rischi e cosa dice la scienza (e perché bisognerebbe prestare attenzione)


Per gran parte della storia umana, il sonno dei neonati non è stato solitario, in molte culture i bambini hanno dormito vicino alle madri o ad altri adulti che se ne prendevano cura, all’interno di un ambiente che permetteva di percepirne i movimenti, i rumori e i segnali di risveglio.

È proprio da questa prospettiva che David R. Samson, professore associato di antropologia evolutiva all’Università di Toronto, affronta il tema del sonno condiviso in un’analisi pubblicata da National Geographic. L’antropologo ha studiato il comportamento del sonno in diverse popolazioni, compresi gli Hadza della Tanzania, e mette in relazione le abitudini sviluppate nel corso dell’evoluzione umana con le caratteristiche dell’ambiente moderno.

La necessità di mantenere un neonato vicino durante la notte è infatti comune in numerose società: la vicinanza facilita l’allattamento, consente di intervenire rapidamente quando il bambino si sveglia e permette al genitore di percepirne più facilmente i segnali. Questo, tuttavia, non significa che condividere il letto sia automaticamente sicuro.

Secondo Samson, il punto centrale è distinguere la vicinanza fisica dalle condizioni nelle quali avviene il sonno, perchè i moderni letti per adulti presentano infatti caratteristiche che possono aumentare il pericolo per un neonato: materassi morbidi, cuscini, piumoni, lenzuola, spazi vuoti e superfici rialzate.

Si crea così quello che l’antropologo definisce un possibile “disallineamento evolutivo”: un comportamento molto antico, come dormire vicino al proprio bambino, che oggi avviene all’interno di ambienti molto diversi da quelli nei quali si è sviluppato.

La raccomandazione più sicura

Le principali organizzazioni sanitarie concordano sulla soluzione considerata più sicura: il neonato dovrebbe dormire sulla schiena, su una superficie rigida, piana e separata, nella stessa stanza dei genitori ma non nello stesso letto. L’American Academy of Pediatrics raccomanda questa soluzione almeno per i primi sei mesi di vita.

Negli Stati Uniti, nel 2024, i Centers for Disease Control and Prevention hanno registrato circa 3.400 morti improvvise e inaspettate tra i neonati. Di queste, 1.351 sono state classificate come sindrome della morte improvvisa del lattante, 1.099 come morti per cause sconosciute e 947 come soffocamento o strangolamento accidentale nel letto.

Quando il rischio aumenta

Il rischio associato alla condivisione del letto non è uguale in tutte le situazioni: difatti secondo le indicazioni dell’American Academy of Pediatrics, il pericolo aumenta significativamente quando l’adulto che dorme accanto al neonato ha una capacità ridotta di svegliarsi o di reagire rapidamente. Può accadere in caso di forte stanchezza oppure dopo l’assunzione di alcol, droghe o farmaci sedativi.

Anche il fumo rappresenta un importante fattore di rischio, particolarmente pericolose sono inoltre le superfici morbide, come divani e poltrone, dove aumenta la possibilità di soffocamento o intrappolamento.

Il rischio è maggiore anche nei bambini di età inferiore ai quattro mesi, nei neonati prematuri o con basso peso alla nascita e quando nel letto sono presenti altri bambini o persone che non siano i genitori. Anche i cuscini e la biancheria non adeguatamente sistemata rappresentano ulteriori elementi di pericolo.

Perché è difficile misurare il rischio

Stabilire con precisione quanto sia rischiosa la condivisione del letto non è semplice, gli studi disponibili sono soprattutto osservazionali e non è possibile assegnare casualmente i neonati a condizioni di sonno potenzialmente pericolose.

I ricercatori devono quindi analizzare i casi di morte e le circostanze nelle quali si sono verificati e in molti casi, però, sono presenti contemporaneamente diversi fattori di rischio.

E uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Pediatrics ha esaminato oltre 7.500 morti infantili, quasi il 60% dei neonati analizzati condivideva una superficie di riposo al momento del decesso.

Il dato non permette però di stabilire quanto sia maggiore il rischio rispetto al sonno separato, perché la ricerca prendeva in considerazione esclusivamente i bambini deceduti.

Inoltre, almeno il 76% dei decessi coinvolgeva più condizioni di rischio contemporaneamente.

Il rapporto tra allattamento e sonno condiviso

Anche l’allattamento al seno rende il quadro più complesso — è associato a una riduzione del rischio di SIDS, ma comporta anche una maggiore vicinanza tra madre e neonato durante la notte.

L’antropologa Helen Ball ha studiato per anni la differenza tra la semplice categoria della “condivisione del letto” e le condizioni specifiche che possono rendere questa pratica più rischiosa. Non solo anche uno studio del 2016 condotto su 870 madri in Inghilterra che avevano intenzione di allattare ha seguito le partecipanti per 26 settimane dopo il parto. Tra le donne per le quali erano disponibili dati sufficienti, la condivisione frequente del letto risultava associata all’allattamento al seno a sei mesi.

La ricerca non ha però stabilito un rapporto di causa-effetto perchè le madri che condividevano più spesso il letto con i figli avevano infatti manifestato anche una maggiore intenzione di allattare prima del parto.

Cosa accade tra gli Hadza

Una parte dell’analisi di Samson riguarda gli Hadza della Tanzania, popolazione di cacciatori-raccoglitori nella quale la condivisione degli spazi durante la notte è particolarmente diffusa. In uno studio condotto su 33 adulti, 30 hanno riferito di dormire nella stessa capanna e sulla stessa superficie insieme ad almeno un’altra persona.

La condivisione dello spazio era associata a un sonno più breve e frammentato — tuttavia, la vicinanza durante la notte rappresentava una componente abituale dell’organizzazione del sonno. Per i neonati, osserva Samson, dormire vicino a chi se ne prende cura può facilitare l’alimentazione e consentire una risposta più rapida ai segnali del bambino.

La diffusione di questa pratica in diverse culture non dimostra però che qualsiasi forma di condivisione del letto sia sicura e il contesto rimane determinante.

Le diverse strategie adottate dai Paesi

Le autorità sanitarie concordano generalmente sull’indicazione di utilizzare per il neonato una superficie separata, rigida e piana all’interno della camera dei genitori. A cambiare, tra i diversi Paesi, è soprattutto il modo in cui vengono affrontate le situazioni nelle quali la condivisione del letto avviene comunque.

Nel Regno Unito, le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence e del National Health Service continuano a indicare come soluzione più sicura una culla separata nella camera dei genitori, ma forniscono anche indicazioni per ridurre i rischi nel caso in cui il bambino finisca nel letto degli adulti.

La Nuova Zelanda ha invece promosso dispositivi come il wahakura, una culla tradizionale māori intrecciata, e il pēpi-pod, una culla portatile. Entrambe le soluzioni permettono di mantenere il neonato vicino ai genitori offrendo contemporaneamente una superficie di riposo separata.

Vicinanza e sicurezza

L’analisi di David R. Samson evidenzia quindi una distinzione importante: la necessità di vicinanza tra genitore e neonato non coincide necessariamente con la necessità di condividere la stessa superficie di riposo. La ricerca scientifica indica che l’opzione più sicura rimane quella di una culla o di un lettino separato, rigido e privo di oggetti morbidi, posizionato nella camera dei genitori.

Per Samson, comprendere questa distinzione è fondamentale per affrontare il tema senza contrapporre semplicemente le abitudini tradizionali alle raccomandazioni della medicina moderna. La vicinanza durante il sonno è un comportamento profondamente radicato nella storia umana, ma le condizioni nelle quali avviene oggi sono cambiate.


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