Emma Bonino aveva coltivato per anni un rapporto particolare con il Quirinale. Il suo nome era comparso ripetutamente nelle discussioni sulla successione al Capo dello Stato e, in almeno un’occasione, quella possibilità era diventata una vera e propria campagna elettorale. Era accaduto nel 1999, quando Bonino aveva trasformato la propria candidatura alla Presidenza della Repubblica in una campagna nazionale. Negli anni successivi il suo nome era tornato periodicamente nei pronostici e nelle trattative parlamentari, fino a diventare una delle figure che più frequentemente erano state associate all’idea di una donna al Colle. Ma la storia di Bonino e del Quirinale è stata soprattutto la storia della distanza fra il consenso che riusciva a raccogliere nell’opinione pubblica e quello che riusciva a tradurre nell’urna parlamentare. La partita più importante era cominciata nel 1999. Bonino aveva deciso di candidarsi apertamente alla Presidenza della Repubblica, dopo la fine del mandato come commissaria europea, e attorno a lei era nato il comitato “Emma for President”. Non si era trattato soltanto di una candidatura simbolica: la campagna aveva cercato il consenso degli italiani attraverso iniziative pubbliche, sondaggi e una comunicazione politica allora decisamente innovativa. Il comitato aveva trasformato la corsa al Quirinale in una campagna di opinione. Venivano diffusi sondaggi sul gradimento di Bonino e materiali che valorizzavano il suo profilo internazionale e la sua esperienza come commissaria europea. La comunicazione aveva giocato anche sull’ironia, con lo slogan “L’uomo giusto al Quirinale”, che ribaltava scherzosamente il tradizionale linguaggio politico. La campagna aveva avuto anche una dimensione televisiva, con spot destinati a sostenere la candidatura. Era stata una delle prime volte in cui un aspirante presidente della Repubblica aveva costruito intorno alla propria persona una campagna pubblica così riconoscibile. Ma il Parlamento aveva seguito un’altra strada. Il 13 maggio 1999 Carlo Azeglio Ciampi era stato eletto al primo scrutinio con 707 voti, ben oltre i 674 necessari. Bonino aveva ottenuto 15 voti. La sua candidatura era dunque rimasta lontanissima dal traguardo. Il risultato aveva però lasciato un’eredità politica importante: Bonino aveva dimostrato che una candidatura al Quirinale poteva essere costruita anche fuori dai tradizionali meccanismi delle segreterie di partito. Il consenso popolare, però, non era bastato a trasformarsi in consenso parlamentare.
Sette anni dopo, alla scadenza del mandato di Ciampi, il nome di Bonino era tornato a circolare.
Nel 2006 il suo nome era stato inserito nel gruppo delle possibili candidate donne insieme a figure come Anna Finocchiaro, Tina Anselmi e Franca Rame. La situazione era però molto diversa da quella del 1999. Non era stata una campagna personale paragonabile a “Emma for President” e Bonino non aveva costruito una nuova macchina elettorale per il Colle. Il suo profilo, tuttavia, era ormai entrato stabilmente nel ristretto elenco delle personalità che i partiti prendevano in considerazione quando si parlava della Presidenza della Repubblica. Alla fine era stato Giorgio Napolitano a raccogliere i voti necessari e a diventare Presidente della Repubblica. La vera rinascita della candidatura era arrivata nel 2013. Alla vigilia della scadenza del mandato di Napolitano, Bonino era stata indicata da numerosi esponenti politici come una possibile figura di garanzia. Il suo nome aveva ricevuto consensi provenienti da ambienti diversi e Mario Monti aveva definito Bonino una candidata molto valida per il Quirinale. Il 14 aprile il Partito Socialista Italiano aveva inoltre proposto formalmente la sua candidatura attraverso una lettera del segretario Riccardo Nencini ai grandi elettori. Anche il Movimento 5 Stelle aveva inserito Bonino tra i nomi sottoposti alle proprie consultazioni online. Per la prima volta dopo il 1999, quindi, la candidatura di Bonino aveva assunto una dimensione realmente trasversale. Il suo nome era stato sostenuto da esponenti di centrosinistra, centro e centrodestra. Sembrava poter rappresentare, almeno in teoria, quella figura non direttamente riconducibile a uno dei grandi partiti che spesso veniva cercata per il Quirinale.
Ma anche questa volta il consenso politico non era arrivato alla soglia necessaria. Al primo scrutinio Bonino aveva ottenuto 13 voti, mentre Franco Marini ne aveva raccolti 521 e Stefano Rodotà 240. La partita era poi precipitata nel caos politico che aveva accompagnato le candidature di Marini e Romano Prodi e, infine, aveva portato alla rielezione di Giorgio Napolitano. Bonino era rimasta ancora una volta fuori dal Colle. Nel gennaio 2015 la storia si era ripetuta. Dopo le dimissioni di Napolitano, il Parlamento era tornato a riunirsi per scegliere il nuovo Presidente della Repubblica. Anche questa volta il nome di Bonino era entrato nella partita. Non si era trattato di un’autocandidatura come quella del 1999. Il suo nome era stato sostenuto in particolare dai socialisti di Riccardo Nencini. Al primo scrutinio Bonino aveva ottenuto 25 voti. La stessa quota era stata raggiunta al secondo scrutinio. Quei 25 voti non erano stati sufficienti per trasformarla nella candidata intorno alla quale costruire un accordo parlamentare. La convergenza decisiva era arrivata sul nome di Sergio Mattarella, eletto al quarto scrutinio. Il risultato del 2015 aveva però avuto un significato particolare. Rispetto ai 15 voti del 1999 e ai 13 del 2013, Bonino aveva raggiunto il suo risultato parlamentare più consistente in una corsa al Quirinale.
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Nel 2022 il suo nome era tornato ancora una volta nelle discussioni sulla successione a Sergio Mattarella. Ma quella volta la storia aveva assunto un carattere quasi paradossale. Bonino non si era proposta come candidata. Anzi, aveva criticato duramente il metodo con cui i partiti stavano affrontando l’elezione, lamentando l’assenza di candidature pubbliche e di un vero dibattito. E soprattutto aveva scelto un’altra candidata. Bonino aveva annunciato che avrebbe votato Marta Cartabia, giudicandola una figura competente e particolarmente preparata sui temi della Costituzione e della giustizia. Anche Carlo Calenda, in quei giorni, aveva dichiarato che Bonino sarebbe stata una candidata perfetta per il Quirinale, segno di quanto il suo nome continuasse a essere considerato spendibile anche fuori dall’area radicale. Ma ancora una volta il Parlamento aveva seguito un’altra strada: Sergio Mattarella era stato rieletto.
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