29.10.2026
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le nuove cure arrivano dal mare


Il mare non perdona i nostri errori. Dalle calette più romantiche del Mediterraneo fino all’Oceano Artico e ai suoi iceberg, dal Mar dei Caraibi all’Antartide, negli ultimi anni, ricercatori di ogni parte del mondo hanno riscontrato la presenza dei peggiori inquinanti rilasciati nell’ambiente dall’uomo. In tutti i climi, e sotto tutti i cieli, anche in zone che ci sembrano pure e remote, le acque marine contengono geni resistenti agli antibiotici, microplastiche, PFAS e TFA, l’acido trifluoroacetico.

Non mancano tracce di SARS-Cov-2. Dagli oceani, però, arriva anche una possibile risposta. La collaborazione tra istituti scientifici di molti Paesi diversi, e poi tra governi, istituzioni internazionali e forze armate, insieme al progresso della ricerca scientifica, consentono già oggi all’umanità di ricavare nuovi farmaci da forme di vita marine. «Oggi proteggere la salute umana significa, inevitabilmente, prendersi cura del mare e degli oceani» spiega Andrea Piccioli, direttore dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha convocato a Roma ricercatori ed esperti di ogni parte del mondo per il primo Ocean and Human Health International High Level Forum.

IL MESSAGGIO

«Ciò che immettiamo nell’ambiente non scompare. L’oceano lo restituisce all’uomo, trasformando i fenomeni di inquinamento locale in una sfida globale per la sanità pubblica» prosegue Piccioli. «Il nostro progetto SeaCare, una piattaforma integrata che comprende osservazione degli oceani, ricerca biomedica e sorveglianza dell’ambiente, è uno strumento di salute pubblica, capace di anticipare i rischi prima che si inneschino pericolose crisi sanitarie». A introdurre le due fasi del Forum, che si è svolto nella Giornata mondiale degli Oceani, sono stati gli interventi dei ministri Orazio Schillaci (Salute) e Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e Sicurezza energetica). Alcuni degli interventi più importanti hanno fatto notare che la ricerca va avanti a passi lunghi. «La biotecnologia marina sta facendo passi da gigante. Solo quest’anno, negli Stati Uniti, sono entrati in uso 24 nuovi farmaci prodotti con ingredienti di origine marina, soprattutto molluschi, spugne e pesci. La maggioranza serve a combattere il cancro, altre sono utili contro malattie neurologiche come il Parkinson o l’Alzheimer» ha spiegato nel Forum il professor William Gerwick della Scripps Institution for Oceanography di San Diego, in California. «Abbiamo cominciato a capire che gli oceani sono una vera e propria farmacia blu» ha aggiunto Luca Lucentini, direttore del Centro Nazionale per la Sicurezza delle acque dell’ISS. «La molecola Dolastatin 10, estratta dal mollusco Dolabella auricularia, è diventata il prototipo degli ADC (Antibody-Drug Conjugates), una nuova classe di farmaci antitumorali».

LA RESISTENZA

Tra i temi più interessanti da approfondire per i ricercatori di ogni parte del pianeta è il modo in cui gli organismi marini sviluppano la propria resistenza agli antibiotici, o gestiscono la sovrappopolazione causata dal cambiamento climatico. In prima fila in questo campo, come ha spiegato il generale Vincenzo Aglieri, capo della Sanità della Marina Militare italiana, sono le forze armate, come dimostrano il nostro Green Fleet Program e il lavoro dei ricercatori con le stellette imbarcati sul pattugliatore Dalle Bande Nere. Sandro Demaio, medico di Melbourne con antenati in Calabria, e responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Australia e il Pacifico, ha raccontato i problemi di un territorio che ospita 2,2 miliardi di persone, 410 milioni delle quali vivono al livello del mare, e sono le vittime designate di ogni innalzamento delle acque. Yuntao Wang, dirigente dell’Istituto di Oceanografia di Pechino, ha spiegato lo straordinario contributo scientifico fornito dalla Repubblica Popolare Cinese e dalle sue due navi oceanografiche, spesso attive accanto alle coste dell’Africa. Attila Uras, greco, dirigente del Programma Ambientale Mondiale delle Nazioni Unite, ha descritto a tutti noi che ci prepariamo a tuffarci in estate i seri problemi ambientali del Mediterraneo, il “Mare nostrum” degli antichi. Ma anche un bacino quasi chiuso e dove gli inquinanti si accumulano più che altrove.

VISIONE POSITIVA

Ma il clima del Forum di Roma, è importante ripeterlo, è stato improntato all’ottimismo. Il progetto Sea Care, lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità e incardinato sulla Water Agenda 2030 delle Nazioni Unite, punta a creare partnership e sinergie nazionali e internazionali, e a produrre e a mettere in rete nuove tecnologie e dati scientifici di sempre maggiore qualità e attendibilità, finalizzati alla tutela della salute pubblica. Il documento presentato dall’ISS, intitolato Dalla sorgente al mare, dieci passi per una sola salute, è un decalogo di principi e buone pratiche da utilizzare in Italia e nel resto del mondo nel futuro. Punti come “Gli oceani sono la nostra memoria”, “Gli oceani sono una priorità di salute pubblica”, “Ogni goccia conta, dalla sorgente al mare” e “Proteggere il mare per il futuro delle nuove generazioni”, se prese una per una, possono sembrare scontate. Se messe in pratica tutte insieme, invece, possono cambiare il futuro. «La vera domanda non è cosa accadrà, ma cosa scegliamo di fare. Il futuro non è soltanto un evento, il futuro è responsabilità» ha ribadito con forza il direttore dell’ISS Andrea Piccioli. Parole altrettanto importanti, in un applaudito intervento, sono arrivate dal professor Enrico Alleva, etologo, accademico dei Lincei e divulgatore. «La salute dei mari e quella degli esseri umani sono la stessa cosa, siamo un solo organismo vivente. Gli oceani, come i Poli e lo Spazio, appartengono all’umanità, e non ai singoli Paesi. Per gestirli, dobbiamo lavorare tutti insieme».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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