ROMA Tre numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan la svolta energetica che l’Italia sta tentando di compiere: 400 reattori nucleari già in funzione nel mondo, oltre 30 Paesi che li utilizzano stabilmente e una previsione che assegna ai nuovi Small Modular Reactor quasi il 25 per cento della capacità nucleare aggiuntiva globale entro il 2050. È dentro questa cornice che va letto il voto della Camera sul disegno di legge delega per il nucleare sostenibile, un passaggio che potrebbe segnare il ritorno dell’Italia in una partita dalla quale si era chiamata fuori quasi quarant’anni fa. L’Italia, infatti, è oggi una singolare eccezione europea. Dopo il referendum del 1987 e quello del 2011, ha rinunciato alla produzione di energia nucleare ma continua a consumare elettricità prodotta da centrali atomiche oltreconfine, soprattutto francesi e svizzere. In altre parole, ha detto no alle centrali sul proprio territorio senza rinunciare ai benefici dell’energia che esse producono. Una contraddizione che la crisi energetica degli ultimi anni ha reso ancora più evidente.
IL PUNTO IN ITALIA
Nel resto d’Europa, invece, il vento è cambiato. La Francia produce circa il 70 per cento della propria elettricità grazie al nucleare e ha annunciato nuovi investimenti. La Finlandia ha appena completato uno dei reattori più avanzati del continente. La Polonia, storicamente dipendente dal carbone, ha avviato il suo primo programma nucleare. Persino Paesi che avevano annunciato l’uscita dall’atomo stanno riconsiderando le proprie strategie alla luce degli obiettivi climatici e delle tensioni geopolitiche. Bruxelles, pur senza imporre scelte agli Stati membri, ha inserito il nucleare tra le tecnologie considerate utili alla transizione energetica, riconoscendone il contributo alla riduzione delle emissioni.Non è soltanto una scelta energetica. È una decisione industriale, scientifica e geopolitica. In un continente che ha scoperto sulla propria pelle quanto sia fragile la dipendenza energetica dall’estero, il nucleare torna a essere considerato non un’alternativa alle rinnovabili, ma il loro complemento naturale. Il sole non splende sempre, il vento non soffia a comando. L’industria, gli ospedali, le città e le reti digitali hanno invece bisogno di energia continua, prevedibile e disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.
IL RUOLO DI RSE
Franco Cotana, amministratore delegato di RSE, ha definito l’approvazione della delega un passaggio storico. L’espressione non appare eccessiva se si considera che il provvedimento affronta per la prima volta in modo organico l’intera filiera nucleare: dalla ricerca alla formazione, dalla produzione del combustibile alla gestione degli impianti, fino al delicato tema del trattamento e dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi. È il tentativo di costruire un sistema e non soltanto qualche centrale.Dietro questa svolta c’è il lavoro della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile e di una rete di università, centri di ricerca e imprese che negli ultimi anni ha continuato a studiare tecnologie avanzate mentre il dibattito pubblico rimaneva spesso fermo alle immagini di Chernobyl e Fukushima.
Nel frattempo il mondo andava avanti. Gli Stati Uniti investivano negli SMR, la Francia rilanciava il proprio programma nucleare, il Regno Unito accelerava sulla nuova generazione di reattori e molti Paesi emergenti individuavano nell’atomo una risposta alla crescente domanda energetica.
IL FUTURO ITALIANO
Particolarmente significativa è l’attenzione riservata alle competenze. RSE ha già avviato collaborazioni con il Department of Energy americano e con il MIT di Boston per formare una nuova generazione di tecnici e ricercatori. Perché le centrali si possono acquistare, ma il sapere necessario per progettarle, gestirle e controllarle deve essere costruito nel tempo. Naturalmente restano le sfide. La sicurezza, la localizzazione degli impianti, il consenso delle comunità locali, la gestione delle scorie e la sostenibilità economica dei progetti. Nessuno di questi nodi può essere aggirato. Ma per la prima volta da decenni l’Italia sembra aver deciso di affrontarli invece di rinviarli.
IL VOTO DECISIVO
Il voto del Senato dirà se questa scelta diventerà realtà. Ma il segnale è già arrivato. In un secolo che sarà definito dalla lotta per l’energia pulita, affidabile e abbondante, l’Italia prova a rientrare nel laboratorio del futuro. E forse, tra qualche anno, guarderemo a queste settimane come al momento in cui il Paese smise di discutere del nucleare del Novecento e iniziò finalmente a costruire quello del XXI secolo. Perché le rivoluzioni energetiche non arrivano mai con il fragore di un’esplosione: crescono lentamente, sotto la superficie della politica e dell’economia, finché un giorno diventano inevitabili. E allora non sarà il nucleare a inseguire l’Italia, ma l’Italia a correre insieme ai Paesi che avranno scelto di accendere il futuro prima degli altri.
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