29.10.2026
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Politics

guerra vicina all’Italia ma non rassegniamoci


«La guerra è tornata a spargere sangue nel mondo, in tante sue parti, anche non lontano dalla nostra Italia». Le immagini del Medio Oriente in fiamme che di ora in ora rimbalzano su siti, tv e giornali preoccupano Sergio Mattarella. Il timore che aleggia al Colle è quello di una spirale di violenza dagli esiti difficilmente prevedibili. Al Quirinale c’è chi non esclude la convocazione straordinaria, nei prossimi giorni, di un Consiglio supremo di difesa. Così quando prende la parola, di fronte a cavalieri e commendatori della Repubblica freschi di nomina, il capo dello Stato non può esimersi da una riflessione sulla nuova crisi che incendia lo scacchiere globale. Non cita gli attori in campo: l’Iran, gli Usa o Israele. Ma il messaggio è ugualmente netto. «Non dobbiamo rassegnarci», scandisce. L’uso della forza, la tentazione del dominio «per i propri interessi», l’accantonamento del dialogo in favore delle armi non sono l’unica opzione sul tavolo. È sbagliato, insomma, «pensare che siano derive inevitabili».

Le due strade

Parla in parte a braccio, il presidente, con qualche occhiata agli appunti di tanto in tanto. E disegna un parallelismo tra le azioni meritorie di cui si sono resi protagonisti i trentuno “eroi civili” premiati al Colle e quello che dovrebbe essere il comportamento di chi governa il mondo. Nella vita quotidiana proprio come in quella internazionale dei rapporti tra Stati esistono, avverte Mattarella, «due modi contrapposti di pensare: quello di preoccuparsi soltanto dei propri interessi, imponendosi sugli altri, e quello di condividere invece difficoltà e opportunità, per cercare di conseguire successi insieme». E non c’è dubbio su quale delle due strade sia da preferire, per il capo dello Stato. Che ha fatto della difesa del multilateralismo, delle organizzazioni internazionali come l’Onu, del negoziato pacifico come antidoto alla sopraffazione il filo rosso di tutti i suoi interventi in politica estera. Donald Trump e Benjamin Netanyahu – che pure non vengono mai nominati – hanno agito diversamente, con Teheran. La prima carica dello Stato non condanna l’attacco, o almeno non lo fa in modo esplicito. Ma l’impressione è che, a prescindere dall’opportunità o meno di intervenire contro il regime degli ayatollah, non ne condivida il metodo. Quello di due Paesi che decidono da soli, bypassando gli altri. E accantonando quelle «regole condivise» del diritto internazionale senza le quali, aveva avvisato il capo dello Stato nei giorni successivi al blitz Usa a Caracas, «il mondo rischia di tornare alla barbarie». L’aveva ripetuto qualche giorno dopo, alla cena in apertura dei Giochi, invocando i «valori olimpici» come «ispirazione concreta nella vita internazionale». Non è stato ascoltato.

Ma non bisogna rassegnarsi, esorta Mattarella. «Occorre aver fiducia». Perché «la premura per gli altri, il senso di comunità, la capacità di affrontare difficoltà che a taluno appaiono insormontabili, sono più forti delle circostanze e degli eventi negativi. E l’Italia», ricorda il presidente, «di queste doti ne ha grande abbondanza». Nonostante l’amarezza che traspare dalle parole di Mattarella, nel salone delle Feste il clima è gioioso. L’occasione del resto è la consegna delle onorificenze dell’ordine al merito della Repubblica. E tra i neo-cavalieri insigniti motu proprio dal capo dello Stato è tutta una corsa al selfie col presidente. C’è Antonio Diodato, il cantautore premiato per i video con cui ha dato voce all’impegno di associazioni attive nel sociale. E Mauro Glorioso, il ragazzo di 26 anni rimasto tetraplegico dopo essere stato centrato da una bicicletta scagliata dai Murazzi di Torino, riuscito comunque a laurearsi in medicina. Esempi di «coraggio civile», storie che, osserva Mattarella, «trasmettono fiducia e speranza in un tempo in cui abbiamo grande bisogno di fiducia e di speranza». E che ci insegnano a «rifuggire, abbattere i muri della paura, dell’indifferenza, della rassegnazione». Se ne sente la necessità, «particolarmente in questo nostro tempo».


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