Si scrive «supplemento di riflessione». Si legge: riparliamone quando il clima tra a maggioranza e opposizione sarà (si spera) meno incandescente. Quando? Dopo il referendum. Slitta il voto in commissione Affari costituzionali alla Camera sul ddl Roma Capitale. L’esame, che sarebbe dovuto cominciare ieri pomeriggio, partirà invece la settimana prossima.
Con l’obiettivo di far atterrare il provvedimento in Aula non più il 9 marzo, come inizialmente previsto, ma un paio di settimane dopo, il 24. All’indomani cioè delle urne sulla riforma della giustizia targata Nordio, destinata nei prossimi giorni – Medio Oriente permettendo – a monopolizzare lo scontro politico tra centrodestra e centrosinistra. Ed è proprio questo clima da guerra dei mondi tra maggioranza e opposizione che nei giorni scorsi aveva indotto il Pd a perorare la causa di un rinvio “tecnico” di una settimana con il forzista presidente di commissione Nazario Pagano. Meglio affrontare l’argomento quando saremo tutti più sereni, la tesi. Tanto più che la riforma, che punta a dotare la Capitale di maggiori poteri, è stata sì proposta dal governo e sponsorizzata da Fratelli d’Italia, ma è attesa anche dall’inquilino dem del Campidoglio Roberto Gualtieri, e invocata pure dal Pd (ci hanno lavorato spalla a spalla il meloniano Andrea De Priamo e il dem Roberto Morassut). L’obiettivo, insomma, è arrivare a un sì bipartisan, tanto più che si tratta di una riforma costituzionale: approvarla col semaforo verde dei due terzi dell’Aula permetterebbe di evitare un altro referendum confermativo.
Ed è qui si è inceppato il meccanismo. Come si va a votare insieme con la destra una revisione della Carta, si è chiesto qualcuno nel campo progressista, mentre si battaglia su un’altra riscrittura, quella che riguarda carriere dei giudici e Csm? Tanto più che il Pd non vuole rischiare di incrinare proprio in questa fase delicata l’asse con Avs e M5S. Problema: rosso-verdi e stellati non stravedono per la riforma su Roma. Avrebbero preferito che fosse fatta con legge ordinaria, anziché ritoccare la Costituzione. Motivo per cui se si fosse votato ieri si sarebbero astenuti, anziché votare contro come era nelle intenzioni originarie. Ma così facendo avrebbero costretto il Pd a fare altrettanto pur di non rompere l’unità delle opposizioni, tema a cui Elly Schlein tiene molto. Di qui l’impasse dei dem, che avevano chiesto di rinviare.
Sulle prime il centrodestra aveva detto no, proprio per incunearsi nei distinguo del campo largo. Ma un po’ il pressing dei dem, un po’ il rischio di rompere forse irrimediabilmente l’asse bipartisan su una riforma a cui FdI tiene molto (e quindi la concreta possibilità di affossarla, in prospettiva), ieri hanno indotto al ripensamento. Rinvio sia. Non per rimandare il ddl sine die (come talvolta accade quando si dispone un rinvio), ma per salvarlo. «A seguito di un supplemento di valutazione che ho effettuato rispetto alla proposta avanzata dal Pd – spiega Pagano durante la riunione dell’ufficio di presidenza – ritengo opportuno tornare su tale richiesta di rinvio».
L’approdo in Aula
L’iter dunque riprenderà in commissione non prima di lunedì prossimo con il voto agli emendamenti (che può anche avvenire a maggioranza semplice). Poi, archiviato il referendum, il testo approderà in Aula a Montecitorio. Da lì si procederà in gran carriera, secondo i dem, convinti che per l’approvazione ci vorranno pochi giorni. E fiduciosi di poter portare dalla loro anche i colleghi più dubbiosi del campo largo. «Se non con un voto favorevole, almeno con un’astensione…»
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