È lo sparo di partenza che molti all’interno del Pd — e non solo — aspettano per avviare la corsa verso le elezioni politiche del 2027. Ma soprattutto per iniziare a parlare in maniera chiara di un tabù fino ad oggi tenuto sottobanco e rinviato a data da destinarsi: la costruzione di una coalizione di centrosinistra.
L’esito del referendum sulla giustizia, nel bene o nel male, ha già riportato il tema al centro dei pensieri dei dem. Lo spiega bene, a microfoni spenti, un maggiorente del partito: «Anche nel caso in cui il No non vinca, un risultato sul filo, con un testa a testa tra i due fronti, sarebbe la fotografia che parte del Paese è con noi. Potrebbe essere il punto di partenza per cominciare a pensare e ad agire come una coalizione». Facile a dirsi, più difficile a farsi.
Le incognite
Poco prima di dicembre, quando Elly Schlein sembrava in procinto di lanciare un tavolo di coalizione per un confronto sul programma, Giuseppe Conte ha annunciato il suo Nova 2.0: il programma di confronto con la base M5S, chiamato a definire le priorità da portare «successivamente» agli alleati. Rinviato il tavolo, la segreteria dem è partita con il suo percorso di ascolto in giro per l’Italia. Che, però, si concluderà già il 7 marzo con una manifestazione a Roma. Prima, quindi, dell’avvio della piattaforma pentastellata, destinata a produrre le sue conclusioni a ridosso dell’estate.
Che fare nel mentre? Il fattore tempo, a un anno dal voto, ha il suo peso. L’esito referendario, in questo senso, potrebbe fare da catalizzatore. Non solo per assumere una decisione sulla leadership — vero tasto dolente — ma per mettere a punto forme di maggiore coordinamento tra le opposizioni, in particolare su temi economici e sociali: meno divisivi rispetto alla politica estera, e con una capacità di appeal maggiore verso Italia viva o Azione. Se è impossibile parlare con una voce unica, «almeno — ragiona un dem — bisogna evitare di andare in ordine sparso, come è successo in un primo momento, ad esempio, alla proposta della premier di una risoluzione comune sulla sicurezza». Insomma, «bisognerebbe lavorare per essere percepiti come una coalizione». Un obiettivo irrealizzabile da un giorno all’altro e per questo — secondo varie anime del Pd — da porre come una priorità anche di fronte agli alleati. A nutrire speranze nei confronti di un’accelerazione sul programma comune, oltre al Pd, è Alleanza verdi e sinistra. Ma da convincere resta sempre il Movimento 5 stelle: «Per noi, dopo il referendum, non cambierà nulla: svolgeremo Nova, definiremo le linee del nostro programma e le porteremo al tavolo di coalizione cercando di capire i punti comuni che esistono», spiega uno degli esponenti di spicco del partito di via di Campo Marzio, nella convinzione che non esistano gli estremi per corse in avanti anzitempo.
La leadership
L’altra questione, si diceva, è quella della leadership. E anche qui, l’idea che anima parte del campo largo è che sia necessario muoversi il prima possibile. Non tanto nella scelta del nome che rappresenterà l’alternativa a Meloni per Palazzo Chigi, ma per scegliere insieme le modalità di ingaggio che serviranno per individuarlo. Il candidato in pectore, come per il centrodestra, sarà il leader del partito con più voti o quello che uscirà vincitore da eventuali primarie? Molto dipenderà anche dall’impianto della futura legge elettorale che, allo stato attuale, dovrebbe prevedere l’indicazione del leader della coalizione non direttamente sulla scheda, ma sul programma.
Nonostante ci sia chi ha messo all’erta sui pericoli delle primarie — come l’enfasi sulle differenze e i distinguo tra leader — questa sembra la strada a cui i pentastellati guardano con più favore. Un nodo che verrà al pettine dopo l’estate e che, con tutta probabilità, influirà anche sulla scelta, da parte di Schlein, di convocare o meno il congresso. Che, certo, le darebbe maggiore legittimità alla vigilia della definizione delle liste per il 2027, ma rischia di cozzare con la chiamata alle “urne” per la scelta del candidato del centrosinistra. Finendo per trasformarsi in un boomerang. Il diavolo è nei dettagli. Ma, per il campo largo, pure nel tempo che servirà per definirli.
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