Quando Meta ancora si chiamava Facebook, nel 2021, il giornale britannico Guardian aveva lanciato una copertina piuttosto iconica. Un pollice in giù fuoriesce da un pacchetto di sigarette con scritto «Facebook». Ma al posto del “fumo uccide”, sulla confezione c’è scritto: “I social network sono diventati l’industria del tabacco del 21esimo secolo?”.
L’ANALISI
È una domanda provocatoria ma quantomeno puntuale. Quella era l’epoca dei cosiddetti Facebook Papers, i documenti che hanno rivelato – grazie alla testimonianza dell’ex dipendente Frances Haugen – il silenzio della big tech della Silicon Valley a fronte di un’allarmante consapevolezza: le sue piattaforme stavano danneggiando la salute mentale dei più giovani.
Una considerazione ribadita nel 2024 da un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha individuato come l’11% degli adolescenti abbia dato segni di un uso problematico delle piattaforme social, con poco controllo sulla propria esperienza da utente e conseguenti ricadute negative sulla salute. Poi, secondo un’indagine sul benessere digitale svolta dalle onlus Fondazione Carolina e Pepita, il 75% dei ragazzi intervistati ha rivelato di sentirsi spesso in ansia, mentre l’80% ha confessato di addormentarsi con lo smartphone in mano.
L’EMERGENZA
I giganti tecnologici hanno provato a tamponare la situazione, aggiungendo gli account dedicati ai minori e il controllo parentale. Ma ciò non sembra aver rassicurato i legislatori, visto che l’intenzione da parte dei governi occidentali è quella di vietare l’uso dei social a un’intera fascia d’età in adolescenza, dopo aver già applicato – come nel caso italiano – una linea dura all’utilizzo dello smartphone nelle scuole. L’Australia ha fatto da apripista a dicembre, proibendo i social ai minori di sedici anni. In Spagna, con un programma simile, il primo ministro Sánchez ha ribadito l’impegno del suo esecutivo a proteggere i giovani dal “wild west digitale”. La Francia ha invece votato un primo sì a favore di un ban all’uso dei social ai minori di 15 anni. Misure affini sono in fase di considerazione anche in Regno Unito, Austria, Grecia, Irlanda e Danimarca.
NELLA PENISOLA
L’Italia, in tutto ciò, ha già in discussione un testo bipartisan (prime firmatarie le deputate Marianna Madia, del Partito democratico, e Lavinia Mennuni, di Fratelli d’Italia) per inibire le piattaforme online prima dei 15 anni. È chiaro che al centro di questo urgente intervento sono sì i social ma soprattutto gli algoritmi che li governano, che contenuto dopo contenuto cercano di conquistare l’attenzione degli utenti per più tempo possibile, analizzando i loro comportamenti e consigliando contenuti a ciclo continuo. Giusto il 6 febbraio, su questa linea, è arrivata infine l’accusa da parte della Commissione europea al gigante dei social cinese TikTok. Per Bruxelles, “la piattaforma ha violato il Digital service act, il suo design crea dipendenza”. Ciò ufficializza qualcosa di già noto: l’Europa è in scontro aperto con questi colossi tecnologici (il cui fatturato è pari al prodotto interno lordo di alcuni Stati). Si tratta di una sfida inevitabile in cui però, secondo il segretario generale di Fondazione Carolina Ivano Zoppi, i legislatori potrebbero essere «arrivati in ritardo». «Non siamo contrari a un divieto per i minori a usare i social, ma non ci si può fermare lì: dobbiamo fare un lavoro di accompagnamento alle nuove generazioni, senza dimenticare l’importanza dell’esempio: l’educazione digitale serve anche agli adulti».
«L’algoritmo – continua Zoppi – è lì per fare soldi, si chiama economia dell’attenzione. Questa cosa la affronti certamente con lo strumento legislativo, ma soprattutto con un lavoro culturale ed educativo». Lo conferma anche l’esperto informatico Stefano Quintarelli: «Queste piattaforme creano dopamina e dipendenza con piccoli trucchi di manipolazione e raccomandazione dei contenuti. Dopodiché se questo sistema fa male alla salute, a loro non interessa», spiega. «Noi il tabacco ai minorenni lo abbiamo vietato, e abbiamo regolamentato tutte le cose che creano dipendenza. Credo dovremmo farlo anche su questo».
E come Zoppi, Quintarelli crede che il solo divieto non basterebbe, perché adulti fragili rimarrebbero comunque come potenziali vittime degli algoritmi. «Bisogna fare in modo che questi strumenti non creino dipendenza. E sappiamo che si può fare, vedi social come Mastodon e il fediverso», sostiene l’esperto. L’approccio suggerito è quello chiamato “regulation by design”, cioè integrare le leggi nello sviluppo di un prodotto digitale fin dall’inizio.
«Da un lato dovremmo rendere più efficaci alcune normative già in essere in termini di dati e utilizzo, tra cui il Digital service act (Dsa) dell’Unione europea che ha degli obblighi importanti per le piattaforme in materia di trasparenza e sicurezza, ma abbiamo altresì bisogno anche di altre policy a complemento, così da poter orientare e governare in modo etico il design di questi strumenti: un approccio definito “ethics by design”», spiega Simona Tiribelli, docente di etica dell’intelligenza artificiale all’università di Macerata ed esperta nell’iniziativa globale su IA per la salute dell’Oms.
«Ci sono ricerche, studi ed evidenze che dimostrano come le piattaforme e gli algoritmi oggi più in uso abbiano un impatto negativo sulla salute mentale delle persone, soprattutto sui più giovani. E certo servirebbero delle alternative, cioè altre piattaforme ugualmente efficaci ma progettate diversamente. Non solo sappiamo che si possono fare, sappiamo anche come farlo», aggiunge. Insomma, conclude l’esperta: «Non è troppo tardi per intervenire».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Leave feedback about this