28.10.2026
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Politics

Meloni passa all’attacco, nuovo video anti-giudici: «Una parte è politicizzata»


ROMA Non commenta la strigliata del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella giunta come uno schiaffo dal plenum del Csm. Ma a sera Giorgia Meloni, quasi incurante, torna a pungere la magistratura puntando il dito contro quella «parte» delle toghe che accusa, ancora una volta, di essere «politicizzata».

A mandarla su tutte le furie — la rabbia trasborda nel video che la premier affida ai social — la decisione del tribunale di Palermo di risarcire con circa 76mila euro la Ong Sea Watch capitanata da Carola Rackete, la comandante tedesca e la sua “manta” di dread, per il fermo subito nel 2019.

Meloni passa all’attacco, nuovo video anti-giudici

«La mia domanda è: ma il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettarla?» scandisce la presidente del Consiglio in un video che già dal titolo che gli viene affibbiato fotografa lo stato d’animo che impera: “una decisione che lascia senza parole”. E dunque, indossare i guantoni: «mi dispiace se deluderò più di qualcuno», dice la premier, e il pensiero di molti — malizia o realismo? — va subito al Colle, ma «noi siamo particolarmente ostinati e continueremo e faremo del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano».

Il cambio di registro

E dire che per l’intera giornata, incassata la doccia gelata piovuta a sorpresa dal Colle, Meloni aveva scelto la linea del silenzio. Nessun contatto con il Quirinale, ma dagli uffici del fido Mantovano — l’uomo “ponte” con il Colle per il governo — filtrava la rassicurazione che le parole scelte dal ministro Nordio per stemperare non fossero «del solo Guardasigilli, ma dell’intero esecutivo». Mentre Fdi, con il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami già protagonista del durissimo scontro con il Quirinale sul “caso Garofani”, aveva contribuito ad abbassare di qualche decibel il rumore di fondo, richiamando «l’impegno di tutti» a «favorire il dialogo tra le Istituzioni sulla base del rispetto reciproco e soprattutto nell’interesse supremo del bene degli italiani» come chiesto dal Capo dello Stato.

Anche se, tra via della Scrofa e Palazzo Chigi, più big nelle stesse ore sottolineavano come Mattarella, tra le righe, avesse richiamato anche il Csm a non fare campagna elettorale. Negando che il Capo dello Stato ce l’avesse per lo più col responsabile di via Arenula. In un pirotecnico e mal riuscito tentativo di contenere i danni. Non solo. Evidente, seppur dichiarata a taccuini chiusi, anche l’amarezza per la scelta del Presidente della Repubblica di «non spendere nemmeno una parola» sul procuratore di Napoli Nicola Gratteri, travolto da un mare di polemiche per aver attribuito il voto favorevole alla riforma della giustizia a «indagati, imputati e massoneria deviata».

I timori

Silenzio in superficie, ma sotto sotto si mastica amaro. Mentre nella maggioranza serpeggia il timore che l’affondo del Capo dello Stato porti nuova linfa al fronte del no. Spingendo cittadini finora indifferenti alla riforma, ma sensibili “all’appeal” del Presidente della Repubblica, a recarsi alle urne per fermare il restyling del sistema della giustizia targato Nordio.

In Consiglio dei ministri, dove il Guardasigilli era assente per un impegno a Perugia, non è stata proferita parola sul caso del giorno. Anche se il nervosismo era palpabile, traspariva dal volto della premier e come un’onda ha finito per travolgere tutti. «Qui aggiusti una cosa e se ne rompe un’altra…», lo sfogo di un ministro allontanatosi da Palazzo Chigi confidando che appena 24 ore prima, a Palazzo Borromeo per la celebrazione dei Patti Lateranensi, il governo aveva incassato la rassicurazione della Santa Sede circa la volontà della Curia romana di tenersi fuori dalla campagna referendaria. Rispetto alla quale il governo è convinto di non rallentare, tutt’altro.

Benché il diktat resti quello di «non politicizzare lo scontro, non ridurre la scelta degli elettori a un voto pro o contro Meloni», la strategia comunicativa da qui in avanti ingrana una marcia in più, sulla falsariga dei due video postati dalla premier uno dietro l’altro all’attacco della “mala giustizia”. I casi di sentenze scivolose, soprattutto sui temi più sentiti dall’opinione pubblica, verranno cavalcati a dovere, cercando di ingrossare le fila del fronte del no. Chi ha avuto modo di confrontarsi con Meloni nelle ultime ore racconta di averla trovata ancor più «agguerrita», convinta nel voler portare a casa la partita. «Non ne va del mio futuro, perché comunque vada io resto alla guida del governo fino alla fine. Ma ne va della vita degli italiani, perché le storture del sistema giudiziario ricadono su di loro ed è il messaggio che dobbiamo fare arrivare», la raccomandazione che consegna ai suoi.

Calma e gesso dunque, anche se la quiete sembra essersi smarrita per strada. Perché sono in molti nella maggioranza a temere che uno stop al referendum finirebbe per trasformarsi in una slavina, trascinando ogni cosa dietro di sé. «Salvini lo ha capito da un pezzo, per questo si tiene fuori dalla battaglia, pronto a monetizzare e passare all’incasso…», il ragionamento che rimbalzava ieri nei capannelli di Montecitorio. Assieme al video con la dura reprimenda di Mattarella.


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