All’appello mancava Luciano Spalletti dopo gli interventi di Daniele De Rossi e Gian Piero Gasperini. Anche il tecnico della Juventus si è inserito nelle polemiche sugli arbitri, portando all’attenzione il tema del professionismo: «Sono gli unici precari in campo», ha detto Lucio. Il riferimento è al fatto che i direttori di gara dovrebbero essere oggetto di una riforma che li tuteli maggiormente e li equipari ai calciatori. In realtà molti arbitri internazionali e diversi direttori di gara di Serie A operano già in condizioni assimilabili al professionismo, anche se ufficialmente non ne hanno ancora lo status.
Servirebbe quindi un cambio di rotta che possa incidere positivamente sul loro operato: «In campo eravamo in 22 più uno e l’unico non professionista era l’arbitro — dice Spalletti -. Va fatta una riforma, perché sono gli unici precari dello stadio. Tutti devono essere professionisti, perché è troppo importante e poi si va sempre a parlare. L’arbitro deve andare a casa e pensare a certe cose, per valutare se fa ancora questo lavoro o no. Io ho provato a interessarmi delle situazioni e questa è una cosa che crea squilibrio», ha concluso il tecnico.
Parole che hanno riacceso un dibattito aperto da tempo e oggi in una fase di stallo, anche alla luce dell’inibizione di 13 mesi inflitta al presidente dell’Aia, Antonio Zappi, che ha presentato ricorso (l’appello è fissato per il 18 febbraio).
Il progetto è quello di creare un nuovo soggetto sul modello inglese della Pgmol nel quale far confluire l’élite arbitrale che gestisca i campionati di Serie A e B. Una realtà autonoma con soci la Figc e la Lega, ma non l’Aia. I fischietti che ne fanno parte sarebbero appunto dei professionisti e quindi assistiti più di quanto non lo siano oggi.
La risposta
Della questione ha parlato Francesco Massini, vicepresidente vicario dell’Aia: «Non siamo mai stati contrari a proposte di riforma in questa direzione, purché il rafforzamento delle tutele economiche e professionali per gli arbitri della Can non pregiudichi la salvaguardia dell’autonomia tecnica dell’Aia». Ed è proprio questo il punto che ha bloccato, per adesso, la riforma. L’associazione dei fischietti non vuole essere estromessa dalla rivoluzione: «Il calcio italiano ha sicuramente bisogno di arbitri sempre più preparati e pronti alle necessità di un mondo che richiede sempre maggiore professionalità, ma ciò non è raggiungibile solo con semplici trasformazioni, ancorché ormai ineludibili, dello status giuridico arbitrale professionistico per gli arbitri di Serie A, ma anche mettendo a disposizione nelle serie minori le migliori risorse tecniche e dirigenziali disponibili», spiega Massini.
I numeri contro Jesus
Tornando alle polemiche di campo, Juan Jesus attacca il Var: «Non vedo miglioramenti su niente, si discute, si fa polemica su tutto e in ogni squadra. Penso che sia stato fatto un passo indietro invece che avanti. C’è un po’ di confusione, se c’è una linea va seguita oppure si poteva lasciare com’era prima del Var». Parole smentite dai numeri: fino alla scorsa giornata sono state disputate 230 partite di Serie A, in totale ci sono stati 1.221 check del Var (compresi i silent check) e c’è stata una riduzione dell’errore pari all’87% (a ottobre era 76%). Il totale degli errori che ci sono stati con il Var è 14 e senza il numero sarebbe salito a 101. Questo significa che il Var ha aggiustato decine di situazioni che altrimenti avrebbero falsato partite e classifiche.
È aumentato anche il tempo di intervento di 30 secondi, sia perché viene considerato l’annuncio del direttore di gara sia perché ci sono stati molti casi limite nella seconda parte della stagione.
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