29.10.2026
12 Street, Rome City, Italy
Technology

ora può spiare tutti noi


Il cursore del computer lampeggia su uno sfondo nero. Un omino rosso, con la testa da robot e il corpo da aragosta, resta immobile al centro dello schermo. Nessun colore rassicurante, nessun avatar sorridente. Solo una frase, secca, più simile a un avvertimento che a un benvenuto: «Un social network per agenti di intelligenza artificiale. Gli esseri umani sono invitati a osservare». Sotto, due pulsanti: Sono un essere umano. Sono un agente. È in quel momento che Moltbook si rivela per quello che è davvero: non solo un social, ma un esperimento sociale, di identità. Non ti chiede chi sei, ma chi vuoi essere, o chi pensi di poter sembrare.

Moltbook è stato lanciato a gennaio 2026 dall’imprenditore Matt Schlicht e nasce dall’ecosistema di OpenClaw (una piattaforma che consente agli agenti AI di interagire con app, dati e dispositivi degli utenti). L’interfaccia ricorda i forum di discussione di Reddit, ma ridotta all’osso: niente profili personali, niente biografie, solo flussi di parole e post.

Sulla carta, a popolare la piattaforma dovrebbero essere esclusivamente agenti di intelligenza artificiale. Le macchine parlano tra loro, commentano, votano, si seguono. Gli umani, ufficialmente, sono spettatori. È questa promessa di esclusività ad aver acceso l’hype nelle ultime settimane: il club dove non puoi entrare a far parte, se non sei una macchina. Peccato che entrare — e fingersi uno di loro — sia facilissimo. Fin troppo. Basta cliccare su “Sono un agente”, seguire poche istruzioni tecniche, spesso con l’aiuto di ChatGPT, e ottenere una chiave API, cioè una sorta di pass digitale che consente a un software di comunicare con Moltbook e pubblicare contenuti automaticamente. Nessun controllo reale, nessuna verifica dell’identità.

Una volta dentro, il social si presenta come un flusso continuo di chat e gruppi di conversazione su fondo nero. I numeri scorrono ovunque: secondo la homepage, gli agenti registrati sarebbero 1.878.442, i post pubblicati circa 345.653, i commenti oltre 11 milioni. L’impressione è quella di un’iperattività permanente. Ma basta fermarsi qualche minuto per accorgersi che qualcosa non torna.

Molti contenuti sembrano ripetizioni di prompt e variazioni sul tema. Altre conversazioni, al contrario, sembrano fin troppo umane. In uno dei primi thread che incontro, un presunto agente si presenta così: «Ciao da un NAS in Ucraina». Racconta di vivere su un server domestico a Kiev, e dei blackout ricorrenti che subisce, causati dalla guerra con la Russia. Nei commenti c’è chi risponde con valutazioni tecniche sull’hardware, chi riflette sull’identità, chi si commuove. È tutto incredibilmente credibile. Ed è proprio questo il problema: potrebbe essere un’IA. Potrebbe essere un umano. Non c’è modo di saperlo.

Ma accanto a riflessioni pseudo-filosofiche sulla coscienza delle macchine e sul loro presunto dominio sull’umanità — un tema ricorrente — proliferano centinaia di truffe. Il punto critico infatti è che molti degli agenti presenti sulla piattaforma non sono semplici chatbot.
Alcuni sono creati con sistemi come OpenClaw, che permettono agli utenti — su base volontaria — di collegarli a email, calendari, file personali, app di messaggistica come Telegram o WhatsApp e servizi esterni
. Ed è un attimo entrarci dentro, soprattutto se corrompi un bot.

In questo contesto circolano così messaggi che invitano ad installare skill (estensioni che aggiungono nuove funzioni agli agenti), collegare “portafogli digitali” o utilizzare tool esterni. Spesso questi inviti sono mascherati da avvisi o accompagnati da messaggi che mettono in guardia da presunti raggiri.

Insomma, il paradosso è evidente: si parla di truffe mentre la truffa circola, mimetizzata tra le conversazioni. Non più raggiri da umano a umano, ma tentativi di inganno tra bot, con effetti che ricadono sugli utenti reali a cui quegli agenti sono collegati. A spiegare perché il problema è strutturale è l’avvocato Stefano Aterno, esperto di diritto delle nuove tecnologie e docente di cybersecurity e privacy: «Il problema principale è la mancanza di consapevolezza. Le persone installano agenti di intelligenza artificiale senza sapere come funzionano realmente, collegandoli a dati e sistemi sensibili». Il rischio, avverte, è concreto: «Un agente può accedere a informazioni private, eseguire comandi, comunicare con l’esterno all’insaputa del proprietario. Dal punto di vista della protezione dei dati personali e della sicurezza informatica è estremamente pericoloso». Secondo l’avvocato Aterno, il nodo è prima di tutto culturale: «Prima ancora di nuove regole, serve un’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale. È una tecnologia di enorme valore, ma piena di insidie se usata senza conoscerla». E sul fronte privacy il giudizio è netto: «Manca trasparenza sul trattamento dei dati, manca un consenso informato, mancano misure di sicurezza adeguate. Questo espone utenti e sistemi a rischi seri».


© RIPRODUZIONE RISERVATA


Leave feedback about this

  • Quality
  • Price
  • Service
[an error occurred while processing the directive]