29.01.2026
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Politics

«Non sarà come nel ‘97». Serve più di 1 miliardo, maggioranza in Sicilia si spacca per usare fondi sullo Stretto


ROMA Vite interrotte. Panni stesi ad asciugare in case che non saranno più abitate, strade divelte come fossero di sabbia, vicoli sbriciolati, auto e ringhiere sospese sul dirupo, sotto solo l’oblio del vuoto. Sull’elicottero che sorvola le aree della Sicilia divorate dalla furia del ciclone Harry e da un’ondata di maltempo che ha messo in ginocchio il Sud d’Italia Giorgia Meloni resta quasi senza parole. «Visto dal vivo è molto peggio di quanto si potesse immaginare». Il blitz della premier è arrivato a sorpresa: a Palazzo Chigi, come a Catania e dintorni, erano in pochissimi a sapere. La presidente del Consiglio decide di fare una prima tappa a Niscemi — Paese simbolo di un Meridione ferito a morte — lì dove la collina continua a scivolare a valle, con la frana tornata a mordere come nel ’97 e che ora, a distanza di 30 anni, sembra non voler fermare la sua folle corsa. Stavolta però — assicura Meloni nell’incontro in Municipio con il sindaco Massimiliano Conti e i vertici della Protezione civile — non si ripeterà lo stesso copione di allora, con la spirale di incuria e rinvii che, nel 1997, lasciò dietro di sé cantieri eterni e famiglie sospese. Un precedente che è una macchia, e che Meloni chiama in causa per cercare di marcare la distanza. «Il governo agirà celermente — promette — Quanto accaduto per la frana del 1997 non si ripeterà».

Il precedente

Anche all’epoca i quartieri Sante Croci, Pirillo, Canalicchio vennero divorati dalla frana. Ai 400 sfollati furono offerti 600mila lire al mese, per 13 mesi, come contributo per l’affitto. Gli indennizzi arrivarono dopo 14 anni, in alcuni casi addirittura il doppio del tempo. Tre anni dopo, nel 2000, 48 case e la settecentesca chiesa di Sante Croci furono demolite. Poi su Niscemi ripiombò il silenzio. E l’incuria. Il governo ora promette un cambio di passo, soluzioni strutturali.

«Siamo intenzionati, io sono intenzionata, a dare risposte immediate», dice la premier, riconoscendo che quanto accaduto nel ’97 «ha impattato sulla aspettativa che i cittadini hanno dalla politica. Mi piacerebbe che insieme disegnassimo una storia completamente diversa e quindi il mio obiettivo è lavorare in velocità e dare risposte in velocità». Per farlo, però, c’è comunque bisogno di tempo. La frana a Niscemi — dove Meloni incrocia Angelo Bonelli di Avs, a cui viene ritagliato un posto nella riunione al Municipio — è ancora attiva, ci vorranno almeno due settimane per delimitare la zona rossa, ora circoscritta a 150 metri, area off limits persino ai soccorritori. Ed è il tempo utile che Meloni indica agli amministratori per riaggiornarsi, per raccogliere gli elementi necessari per tirare una linea sulle risorse che servono per rimettere in piedi i territori colpiti. In Sicilia come in Calabria e Sardegna.

La premier chiede «serietà e responsabilità. Ci sono in ballo i soldi dei cittadini — rimarca — la ricognizione dei danni deve tenerne conto». Come a dire “guai a strafare”, a ritoccare i numeri all’insù. Poi ammette l’amarezza per le polemiche sorte sui 100 milioni stanziati dal governo nell’immediato. «Con le tre regioni coinvolte — punge — avevamo ampiamente chiarito che si trattava di un primo finanziamento emergenziale per dare un contributo una tantum ai cittadini e alle aziende colpite. Nessuno pensa di affrontare seriamente la questione con 100 milioni». Perché se c’è una cosa certa, al netto delle buone o cattive intenzioni, è che di risorse qui ne servono parecchie.

Solo a Niscemi si contano 1.500 sfollati e un intero Paese da ricostruire pezzo pezzo, con opere di consolidamento e drenaggio dopo una frana che è stata paragonata a quella del Vajont. E poi c’è il resto del territorio, con reti idriche e fognarie da rifare, strade da tirare su, un pezzo di ferrovia inghiottito dal mare, tanto che da Catania non si può più arrivare a Messina viaggiando sui binari. In parallelo, c’è il costo sociale da fronteggiare fatto di affitti da coprire, attività economiche da sostenere, scuole da riaprire. Su una stima dei danni a Palazzo Chigi si prende tempo: «bisogna aspettare la ricognizione dei territori». Ma è dato per certo che il conto sarà «ben sopra il miliardo di euro», è bastato uno sguardo dall’alto di un elicottero per capirlo.

Risorse difficili da reperire in tempi in cui il risanamento dei conti pubblici è il diktat imposto dai piani alti del governo, la parola d’ordine impartita da Meloni e dal gran visir dei numeri, Giancarlo Giorgetti. Anche per questo i fondi destinati al ponte sullo stretto finiscono gioco facile nel mirino non solo delle opposizioni — capitanate da Elly Schlein — ma anche delle file della maggioranza siciliana, lì dove il senso di impotenza impera.

Il ponte sullo stretto

Nasce da qui il voto dall’assemblea regionale all’ordine del giorno di “Sud chiama Nord” che chiede alla Regione di dirottare — in barba alla contrarietà del governatore Renato Schifani — 1,3 miliardi di euro stanziati per il ponte alla ricostruzione delle coste distrutte dalle mareggiate provocate dal ciclone Harry. «Si tratta di risorse che avevamo destinato al governo per cofinanziare l’opera — spiega Laura Castelli — ma il Ponte è fermo, dunque è giusto che la Sicilia ora riabbia indietro quei fondi per ripartire». A Roma si predica «calma e gesso. Il decreto si farà — assicurano da Palazzo Chigi — e dentro ci saranno tutti i soldi che servono, ma reperiti altrove, con fondi ad hoc». Mentre dal Mef assicurano che la Ragioneria è già al lavoro, a caccia di risorse. Il ponte sullo stretto per ora non si tocca. Domani chissà.


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