ROMA Trentatré pagine riassumibili in una sola riga: il ricorso sulla data del referendum sulla giustizia è «infondato». Il Tar del Lazio boccia la richiesta del Comitato di quindici giuristi che, dopo la raccolta di 550mila firme e la proposta di un nuovo quesito, puntava a spostare la data per il ritorno alle urne dopo il 22-23 marzo. Ossia, i due giorni scelti dal governo dopo che la prima istanza referendaria — presentata dalla maggioranza — è stata accolta a novembre scorso dalla Cassazione.
La sentenza parla chiaro: una volta che uno dei soggetti legittimati (un quinto dei membri di una Camera, 500.000 elettori o cinque consigli regionali) si sia fatto carico di promuovere l’iniziativa referendaria e la legittimità sia stata positivamente vagliata dall’Ufficio centrale per il Referendum, non sussistono ragioni affinché l’esecutivo differisca l’indizione del voto. Con un altro punto messo in evidenza dai giudici amministrativi: «Nessuno degli interessi è pregiudicato dall’indizione del referendum» (il riferimento è agli spazi per la propaganda elettorale).
Tra i primi a commentare la decisione c’è Carlo Nordio: «La motivazione è di una chiarezza adamantina», sottolinea il titolare di via Arenula, convinto che si sia trattato di un «espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico». Da parte loro, però, i propositori della nuova istanza guardano ai risultati ottenuti, come il numero di firme raccolte anche dopo la presentazione del ricorso al Tar lo scorso 13 gennaio: «Il pericolo che rappresentavamo chiedendo la sospensiva era che i cittadini, a fronte di un referendum già fissato, smettessero di firmare. La nostra vittoria è stata che le persone, invece, hanno capito», sottolinea il portavoce Carlo Guglielmi che rivendica il superamento del requisito delle 500mila firme «con dieci giorni d’anticipo». Ma la decisione adottata dal tribunale non è il boccone più amaro da mandar giù da parte delle opposizioni (che pure avevano sostenuto l’operato del Comitato). Il vero cruccio resta il voto per i fuorisede, che — dopo la sperimentazione nelle elezioni europee e nell’ultima tornata referendaria — non verrà esteso in occasione del prossimo appuntamento di primavera.
Boccone amaro
A nulla è valsa la conferenza stampa, organizzata dal Pd, per chiedere una retromarcia da parte del governo: bocciati gli emendamenti sul tema presentati da dem, M5s, Avs, Azione e Italia viva al decreto Elezioni (in esame nella commissione Affari costituzionali della Camera), con il parere negativo dell’esecutivo. Una scelta, ha spiegato la sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, fatta in virtù di «motivi tecnici». «Negare il voto al referendum ai fuorisede è un furto di democrazia», ha detto a sera al tg3 la segretaria del Pd, Elly Schlein, mentre quello di +Europa, Riccardo Magi, parla di «uno schiaffo a milioni di italiani», per di più «incomprensibile», visto che «l’emendamento ricalcava esattamente quanto il governo aveva attuato per i referendum del giugno scorso».
Valentina Pigliautile
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