24.01.2026
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Politics

Dal G7 al mercato globale, Meloni sbarca in Giappone per attrarre investimenti


TOKYO Ha spento le candeline in volo, con gli auguri di buon compleanno intonati dal suo staff e della figlia Ginevra, ancora una volta in missione al suo fianco. Giorgia Meloni ha compiuto 49 anni lasciandosi l’Oman alle spalle per raggiungere il Giappone, prima tappa della missione in Asia che la condurrà anche a Seul, dove è attesa nel pomeriggio di sabato.

La presidente del Consiglio incontrerà oggi a Tokyo la prima ministra nipponica Sanae Takaichi, ultra-conservatrice e «leader di ferro», pronta a indire elezioni anticipate per cavalcare l’onda di popolarità che l’ha accompagnata nei primi mesi alla guida del paese: obiettivo consegnare al suo partito la maggioranza assoluta, mandando in pensione un Parlamento traballante. Pugno duro, giustappunto.

Meloni, prima di decollare per Seul, sabato ha in programma una carambola di incontri con i colossi dell’industria giapponese, con l’intento di attrarre investimenti in Italia, un registro che è pronta a replicare anche in Corea del Sud.

I numeri

Sono ben 440 le società nipponiche attive nel nostro Paese, contano più di 51 mila dipendenti e un fatturato che si aggira sui 30 miliardi di euro. Mentre sono oltre 170 le aziende italiane attive in Giappone, con oltre 8mila dipendenti e un fatturato da 2,9 miliardi almeno. La premier pensa si possa fare di più e meglio. E a ben guardare l’Asia è solo un tassello, per quanto prezioso, di quella tela a cui Meloni lavora per spingere una crescita ostacolata dalla mannaia dei dazi calata da Trump, nonché dalle guerre e dalle crisi internazionali divampate nel pianeta. E su cui il tycoon, sempre lui, ha più volte messo lo zampino. Il fil rouge della strategia meloniana punta a diversificare i mercati, spingendo l’acceleratore su quadranti che in passato avevano poco appeal. O che, semplicemente, non erano battuti, vedi la Corea che non vedeva un presidente del Consiglio italiano da ben 19 anni.

Il quadro d’insieme

L’Asia è sì una pedina decisiva — il Giappone ha un Pil che sfonda il tetto dei 4mila miliardi di dollari, mentre quello coreano si attesta poco sotto i due trilioni — ma è in buona compagnia di altri re, cavalli e alfieri sullo scacchiere su cui muove Meloni per alimentare il fuoco della crescita. Passa infatti da qui il piano sull’Artico che il governo si appresta a mettere in campo, puntando su rotte marittime che, con lo scioglimento dei ghiacciai, in futuro saranno chiamate a far la differenza. Un’area difficile da penetrare, ma su cui l’Italia è pronta a calare i suoi assi più pesanti, da Finmeccanica a Eni, passando da Enel e a Leonardo. La tela della premier coinvolge naturalmente anche i paesi dell’Africa, con il Piano Mattei, e si allunga sui quelli del Golfo, nodo strategico decisivo e mercato che smuove interessi miliardari. Una «mecca del business» che ormai regge non solo sul petrolio, ma che oggi conta anche su massicci investimenti in infrastrutture, energia pulita e progetti di modernizzazione. Mercati su cui l’Italia può dire la sua, forte del suo know-how. Altra partita cruciale è quella del Mercosur. Dopo aver nicchiato, contribuendo al rinvio di un accordo impaludato da un quarto di secolo, Roma ha dato disco verde e si appresta a oliare le relazioni economiche con un mercato che conta 700 milioni di consumatori potenziali. E se l’accordo con i Paesi dell’area sudamericana che tiene insieme Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay è finito sotto i riflettori soprattutto per via delle proteste degli agricoltori, c’è chi a Palazzo Chigi rimarca come il Mercosur interessi in realtà una vastissima gamma di prodotti, generando un colpo di bianchetto sui dazi applicati su auto, macchinari, tecnologie, farmaci, apparecchiature Ict e prodotti chimici. Altri dossier economici attenzionati dalla premier riguardano la ricostruzione dell’Ucraina e della Striscia di Gaza, al centro delle riunioni che si terranno la prossima settimana a Davos con il presidente americano a margine dei lavori del World Economic Forum. Ma a «rubare» la scena tra le montagne incantate che rapirono Thomas Mann, sarà per forza di cose la crisi iraniana, con l’Europa e gli Stati Uniti che si apprestano ad adottare nuove sanzioni contro Teheran. Mentre la conta dei morti non si ferma e mette i brividi, come quel sangue che non si lava via dalle strade.


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