21.01.2026
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Politics

«Investite da noi, ne vale la pena»


dalla nostra inviata

TOKYO Riforme strutturali per attrarre investimenti. E la richiesta, degli addetti ai lavori, di liberarli dai lacci e lacciuoli dovuti a un’eccessiva regolamentazione, per non parlare della burocrazia, uno dei tratti distintivi dell’Europa. Giorgia Meloni ieri ha incontrato a Tokyo i vertici delle principali società giapponesi che operano in Italia, obiettivo — lo stesso che si era data nell’incontro di due anni fa — convincerli ad investire ancor più nel nostro paese, «perché, semplicemente, ne vale la pena».

I nomi al tavolo muovono un business di oltre mille miliardi di dollari, i brand presenti all’appuntamento in ambasciata italiana raccontano molto più di tante parole: Honda, Mitsubishi, Kawasaki, Hitachi, Toyota, Panasonic, solo per citare i più gettonati. La premier, in un appuntamento che si è prolungato oltre le attese facendo slittare la partenza per Seul, ha ribadito a ceo executive e chairman quanto lei punti testardamente sul quadrante asiatico, quanto creda nella forza economica dell’asse Roma-Tokyo. E per convincerli a scommettere ancora sull’Italia, ha assicurato riforme strutturali che indurranno il “made in Japan” a fare di più, oltre a raccontare quanto fatto con la Zes Unica agli incentivi per l’occupazione e l’innovazione tecnologica delle imprese. In una strategia che mira a spingere anche il sud del Paese.

Il Mezzogiorno

D’altronde tra i colossi presenti all’appuntamento con la presidente del Consiglio diversi hanno già investito sul Meridione. È il caso della multinazionale TMEIC, specializzata nella produzione di macchine elettriche rotanti e sistemi elettronici di potenza: ad aprile 2025 ha aperto a Bari la sua prima sede italiana. O della NTT Data Italia, attiva nel settore ICT informatica, presente a Napoli, Bari, Cosenza e Salerno. Ma nella partita che Meloni sta giocando si spazia da un estremo all’altro del Paese battendo nuovi mercati. Obiettivo spingere la crescita, uno dei temi su cui più punta per bissare nel 2027 a Palazzo Chigi. Il parterre all’ambasciata ieri coprova tutti i settori possibili: difesa, infrastrutture, industria ferroviaria, automotive, digitale, innovazione, aerospazio, apparecchiature elettriche ed elettroniche, farmaceutica, finanza, commercio e alimentare. Con aziende che, nel padiglione Italia dell’Expo ad Osaka, hanno tenuto incontri con altre società nipponiche spiegando loro perché investire in Italia. Il che dà la misura del livello delle relazioni sulla rotta Roma-Tokyo.

Eppure i problemi non mancano. Ieri alla premier le società coinvolte hanno chiesto un cambio di passo deciso sulla regolamentazione: meno burocrazia, ridurre i tanti ostacoli che frenano l’economia. Liberarsi reciprocamente della barriere non tariffarie, come quelle fitosanitarie che non consentono al prosciutto italiano di arrivare in Giappone. Poi il punto sulla resilienza delle catene del valore e l’approvvigionamento delle materie prime critiche, con Tokyo che sconta le ritorsioni di Pechino in risposta alle dichiarazioni della prima ministra Sanae Takaichi su Taiwan. Una disputa che ha toccato persino il saké e che sabato è stata al centro del bilaterale tra Meloni e la leader giapponese. Bisogna diversificare, il ragionamento della presidente del Consiglio, battere altre strade per non dipendere dalla Cina.

In Corea

Seul Meloni incontrerà le imprese italiane che operano in Corea del Sud, dove è diffusa la passione per il made in Italy, con il nostro paese attivo soprattutto nei settori di moda e lusso — all’appuntamento di oggi ci sarà Tods — ma anche nell’arredamento, nell’agroalimentare, nel comparto dei macchinari industriali e della farmaceutica. All’incontro non prenderanno parte le aziende coreane, con un’unica eccezione per uno dei nomi di punta di Samsung, l’italiano Mauro Porcini, alla guida del design e dei centri creativi del colosso dell’elettronica che ha trainato il miracolo economico sudcoreano.


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