20.01.2026
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Economy

Mercosur, oggi la firma dopo 25 anni di negoziati. Ma c’è l’incognita Strasburgo


«U melhor sta para vir». «Il meglio deve ancora venire». Ursula von der Leyen è già arrivata dall’altra parte del mondo — a Rio de Janeiro, ospite del presidente brasiliano Lula — ma continua a parlare ai forti mal di pancia europei. E fa prova di ottimismo.

Oggi, nel pomeriggio italiano, ad Asunción, capitale del Paraguay, la numero uno della Commissione europea firmerà, insieme al presidente del Consiglio europeo António Costa, il trattato commerciale tra Unione europea e i quattro Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay). Un risultato storico figlio «di una generazione», lo ha salutato von der Leyen, arrivato al termine di oltre 25 anni di negoziati e dopo aver superato un protratto stallo tra i governi, grazie al sì decisivo dell’Italia in cambio di misure di garanzia per proteggere il settore agricolo dai timori di concorrenza sleale.

Un messaggio potente

Con 700 milioni di cittadini coinvolti e la volontà dichiarata di diversificare i commerci tra dazi americani e dipendenze dalla Cina, «l’accordo Ue-Mercosur invia un messaggio potente, è la più grande area di libero scambio del pianeta», ha aggiunto von der Leyen. «Più scambi e investimenti significano più lavoro e opportunità su entrambe le sponde dell’Atlantico», le ha fatto eco Lula, convinto che dopo decenni da leader nell’export agroalimentare, adesso i sudamericani guardano a un protagonismo «nelle industrie con maggior valore aggiunto». Non è un caso, del resto, che ieri la presidente della Commissione abbia ricordato come Bruxelles e Brasilia si stiano «muovendo verso un accordo politico molto importante sulle materie prime critiche», dal litio al nichel passando per le terre rare.

La firma in programma oggi, però, «è solo un primo passo» e «il successo sarà completo solo quando persone e imprese potranno percepirne concretamente i benefici. E questo dovrà accadere rapidamente», ha avvertito von der Leyen.

La plenaria

Un messaggio preciso, senza giri di parole, che risuona chiaro in Europa, dove i governi che si sono opposti fino all’ultimo al controverso via libera (Francia e Polonia in testa, insieme a Irlanda, Austria e Ungheria), stanno adesso cercando di organizzare la resistenza tra i banchi del Parlamento europeo. «La storia non finisce con la firma», aveva avvertito già una settimana fa il presidente francese Emmanuel Macron, preparando la battaglia di Strasburgo, dove da lunedì tornerà a riunirsi la plenaria dell’Eurocamera e l’indomani sfileranno trattori e agricoltori in protesta (tra gli italiani, le delegazioni di Coldiretti, Cia e Confagricoltura).

Su istanza di 145 eurodeputati, mercoledì l’Aula potrebbe, infatti, approvare la richiesta di un parere giuridico da parte della Corte di Giustizia dell’Unione sulla compatibilità dell’accordo con i Trattati Ue. Un eventuale ok non sarebbe senza conseguenze: deferire la questione ai giudici Ue rischia di comportare fino a due ulteriori anni di ritardo, con il rischio di affossare la già fragile intesa.

La spaccatura

Le spaccature nei gruppi politici sono bipartisan, e i contatti in corso sono febbrili. Se anche la domanda di tagliando legale dovesse essere bocciata, le insidie non finirebbero: per completare l’iter, manca ancora l’ok formale della plenaria dell’Eurocamera al trattato. Sulla carta, von der Leyen avrebbe la possibilità di forzare la mano e di passare a un’applicazione immediata dell’accordo, ma Bruxelles non sembra intenzionata a sfidare la prassi parlamentare e gli avvertimenti piovuti in queste ore. Solo tra aprile e maggio, insomma, la presidente della Commissione potrà avere la certezza di aver dribblato tutti gli ostacoli e messo il patto al sicuro.

L’intesa copre il 91% delle merci esportate dalle aziende Ue nel blocco sudamericano e porterà alla riduzione, pari a 4 miliardi di euro all’anno, dei dazi oggi applicati dal Mercosur. Le aliquote attuali vanno dal 35% sulle auto al 14% sui farmaci e dal 28% sui prodotti lattiero-caseari al 27% sul vino: numeri su cui insiste Bruxelles, parlando non solo di opportunità per la manifattura, ma pure di un potenziale +50% per l’export agroalimentare Ue, anche per via delle tutele di 344 indicazioni geografiche, dalla feta greca al prosciutto di Parma. Un aspetto che avrebbe mandato su tutte le furie gli Stati Uniti, convinti che gli europei li stiano tagliando fuori da una fetta del mercato del vicino continente.


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