13.01.2026
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Politics

Meloni con i leader Ue a difesa della Groenlandia. A Parigi “scudo” per Kiev


ROMA Uno scudo per l’Ucraina, per garantire una pace che appare ancora lontana. L’Europa è pronta a issarlo oggi a Parigi: è il giorno della Coalizione dei volenterosi all’Eliseo, la capitale francese blindata e bloccata dalla neve che scende senza sosta attende i grandi del Vecchio Continente per il vertice sulle “garanzie di sicurezza” per Kiev. In città c’è Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino reduce dall’ennesimo rimpasto in casa, questa volta ai vertici dei Servizi segreti, sempre più all’angolo. Ci saranno, ed è una presenza di peso, i due plenipotenziari di Trump per la crisi: suo genero Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff. E ci sarà Giorgia Meloni.

IL NODO TRUMP

Ieri a Palazzo Chigi la premier ha avuto un round di contatti con alcuni dei leader europei attesi nella Ville Lumière e ha fatto il punto sulle trattative di pace con il consigliere diplomatico Fabrizio Saggio: sabato l’ambasciatore ha partecipato nella capitale ucraina a un incontro degli sherpa Ue sulle garanzie da dare al Paese aggredito.

«L’accordo è pronto al 90 per cento» continua a ripetere Zelensky. Ma a Parigi il leader con la mimetica dovrà fare i conti con l’elefante nella stanza. La crisi in Venezuela e il golpe americano contro Nicolas Maduro agitano le cancellerie europee.

Come anche le minacce del presidente americano contro la Groenlandia. Ovvero contro la Danimarca, Paese Nato che per la prima volta si trova a fronteggiare una minaccia alla sua integrità territoriale da parte del principale azionista dell’Alleanza atlantica. È un cruccio per la stessa Meloni. Non solo per il rapporto di amicizia personale che ha da tempo con la conservatrice a capo dell’esecutivo danese Mette Frederiksen ma anche perché la sa di non potersi sfilare dal concerto europeo davanti ai diktat del Tycoon americano. Infatti non lo fa. In mattinata ci pensa Antonio Tajani a dare la linea del governo. «Sulla Groenlandia vediamo quali saranno le intenzioni reali di Trump» premette il ministro degli Esteri a Rtl 102.5. Salvo piantare i paletti italiani davanti all’ultima boutade del presidente Usa. «L’Ue deve prendere la propria posizione e garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese».

È una linea concordata ai piani alti del governo e non a caso ieri sera la premier ha voluto fare il punto sul caos internazionale insieme ai vice Matteo Salvini e Tajani, con una riunione in videoconferenza. Non vuole forzare la mano con Trump, ma neanche può accettare la minaccia di invadere un Paese europeo scandita dal leader della Casa Bianca. Nel corso della giornata, si diceva, la presidente del Consiglio ha una serie di contatti con i big europei. Secondo alcune fonti anche con la stessa Frederiksen che oggi chiederà agli alleati a Parigi un segnale di solidarietà. Potrebbe arrivare sotto forma di una dichiarazione congiunta degli europei e la notizia è che Meloni è pronta a firmarla: l’Italia ci sarà. Un posizionamento obbligato, se è vero che perfino l’ipertrumpiano Viktor Orban ha preso le distanze dal blitz venezuelano di Trump così come contro il diktat alla Danimarca. Sono ore di riflessioni e di dubbi nel governo italiano. Diviso sul da farsi. Nel vertice serale Meloni si confronta con i vice sul caos in Sudamerica. E ancora una volta è Matteo Salvini ad alzare la voce. È critico, perentorio contro l’operazione che ha rimosso fisicamente Maduro dal governo venezuelano. Non per simpatia verso il dittatore, chiarisce subito agli alleati, anzi. Semmai perché la Lega è da sempre contraria a «soluzioni muscolari» che non hanno «mai prodotto benefici ma solo instabilità».

IL VERTICE TRA LEADER

La breve riunione online è l’occasione per affacciarsi anche sul vertice di Parigi. E qui i paletti del leghista coincidono con quelli della premier: l’Italia ribadirà un sonoro no all’invio di truppe connazionali all’interno di una forza multilaterale di pace. Ma sosterrà le garanzie di sicurezza che per la prima volta saranno definite nel dettaglio. «La prima garanzia sarà mantenere intatto l’esercito ucraino» spiegano fonti dell’Eliseo, ovvero difendere l’attuale struttura delle forze armate di Zelensky che contano su 800mila uomini. La seconda: «Il sostegno alle forze armate» ovvero la fornitura di armi e munizioni, in Italia come altrove in Ue soggetta a un voto del Parlamento.

La terza: la forza multinazionale dei “Volenterosi” che in Ucraina dovrà garantire la tregua, sotto un mandato Onu. Infine la quarta: un meccanismo automatico di difesa — l’Italia chiede che sia modellato sulla falsa riga dell’articolo 5 della Nato — che preveda un intervento dei partner europei e americani in caso di nuove aggressioni. Il diavolo come sempre è nei dettagli. E il rischio ancora una volta è fare i conti senza l’oste. Ovvero Vladimir Putin: l’uomo che ha in mano un veto nel Consiglio di sicurezza Onu ma soprattutto l’uomo che ha iniziato e da solo può finire una guerra trascinata per quattro lunghi anni.


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