12.01.2026
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Economy

salve 57 eccellenze della “Dop economy”


Cinquantasette campioni dell’agroalimentare Made in Italy pronti alla sfida nel Sud America. Delle oltre 300 indicazioni geografiche europee tutelate nell’accordo Ue-Mercosur, 57 sono italiane, grandi di quella “Dop Economy” fortemente radicata sui territori che ha superato il valore di 21 miliardi. Si tratta di 26 Igp nel comparto del cibo che spaziano dal Parmigiano Reggiano e Grana Padano alla Mozzarella di Bufala campana Dop e al Pecorino Romano, dal Prosciutto Dop di Parma e San Daniele alla Pasta di Gragnano fino alla Mela Alto Adige Igp e al Pomodoro S. Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino Dop.

La clausola

A questi si aggiungono 31 vini Dop e Igp rappresentativi di tutte le regioni, dal Barbera d’Alba al Brunello di Montalcino, dall’Emilia al Fiano di Avellino fino al Marsala. Immancabile il Prosecco Dop, motore dell’export. È uno degli aspetti positivi dell’intesa commerciale appena siglata che, tra l’altro, ha rafforzato nel rush finale, grazie al gioco di squadra del governo italiano, le tutele dalla clausola di salvaguardia ai controlli. Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia (l’associazione di rappresentanza dei Consorzi IG) spiega che è fondamentale aver ottenuto la protezione sui mercati del Sud America perché «senza quella non ci sono neppure le basi per avviare l’attività commerciale». Tra le critiche che in questi lunghi anni sono piovute sul capitolo agroalimentare dell’accordo, il numero ridotto delle Ig italiane (solo 57 a fronte delle oltre 800 che fanno dell’Italia il primo Paese nella Ue) e i tempi lunghi del phasing out, cioè del mantenimento fino a 10 anni, a seconda dei prodotti, dei nomi dei cibi taroccati. Reggianito e Parmesao, due casi di scuola, sono spine nel fianco.

Però ora — fa notare Baldrighi — c’è un riconoscimento e si possono perseguire i falsi. D’altra parte — aggiunge — era chiaro che quei Paesi avrebbero chiesto un tempo congruo per avviare una transizione e non tarpare subito le ali ai produttori locali. Non crediamo certo — sottolinea — che si possano eliminare del tutto i falsi, tenendo conto che si tratta di prodotti di fascia alta e non per tutti. L’agroalimentare tricolore è presente in Brasile e Argentina, ma per ora solo con piccole quote. Le potenzialità per crescere comunque ci sono. E i «57» con un ulteriore impulso all’export potranno dare una spinta forte allo sviluppo dei loro territori di provenienza.

I falsi

In Brasile c’è una forte presenza di comunità di origine italiana e i prodotti made in Italy sono già riconosciuti come simboli di qualità. Anche se la festa è rovinata dai falsi. Ma grazie all’accordo — ribadisce il presidente di Origin — opererà una piattaforma per valorizzare i prodotti originali e, con le nuove regole, saranno vietati richiami visivi ingannevoli. L’Argentina è un mercato appetibile per i vini e anche in questa area il problema per il Prosecco o il Marsala è la contraffazione.

«Per ragioni storiche e culturali — ha dichiarato il presidente dell’Unione Italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi,- l’area sudamericana rappresenta un contesto potenzialmente ricettivo per i vini europei e italiani». Oggi le etichette destinate al Brasile subiscono rincari fino al 27% per i vini fermi e al 35% per gli spumanti. La progressiva eliminazione dei dazi nei prossimi 8 anni, secondo Uiv, potrebbe incidere sulla competitività delle imprese. Il Brasile importa vini per 500 milioni all’anno, ma la quota italiana si ferma a 40 milioni. Filiera Italia continua a non essere convinta. L’amministratore delegato Luigi Scordamaglia sostiene che lo scorso anno la presidente della Commissione, Ursula von del Leyen, «con la sua sortita e firma notturna ha bloccato una trattativa che avrebbe consentito alla filiera agricola e agroalimentare europea e italiana di portare a casa molto di più». Scordamaglia critica poi i tempi eccessivamente lunghi per escludere dal mercato Mercosur i prodotti Italian Sounding. Una piaga che in tutto il mondo vale 120 miliardi. E ultima considerazione: «i dazi si riducono, ma non vengono eliminate le barriere non tariffarie e fitosanitarie che restano in piedi a bloccare di fatto le nostre esportazioni».


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