09.01.2026
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Economy

così l’algoritmo sta rendendo lo Stato più efficiente


Ammettiamolo. Quando si mettono insieme le parole Pubblica amministrazione e digitalizzazione, ai più viene un moto di arrabbiatura. Ci possono essere anche un milione di procedimenti più efficienti, ma ne basta uno che non funziona che solo di quello si parla. Prendiamo la carta di identità elettronica. Chiunque, in un grande comune come Roma, la voglia rinnovare, rischia di trovarsi in un girone dantesco fatto di appuntamenti dati a mesi di distanza e a chilometri dal proprio municipio. La digitalizzazione, in questo caso, lascia l’amaro in bocca. C’è da capire chi rimpiange quando con una foto si poteva andare allo sportello più vicino del Comune e dopo un’oretta di fila uscirne con il documento in mano.

IL RINNOVAMENTO

Ma basta questo a dare un giudizio definitivo sulla digitalizzazione della Pubblica amministrazione? No. Assolutamente no. La macchina burocratica pubblica sono anni che si sta rinnovando e digitalizzando e, adesso, con la spinta dei fondi e delle riforme del Pnrr ha fatto un salto decisivo, quantico, in avanti, del quale però si parla ancora decisamente poco.

Gli echi della trasformazione iniziano a sentirsi anche nelle classifiche europee, quelle che un tempo si chiamavano Desi e oggi sono state ribattezzate come “Digital decade report”. Si tratta, va detto, di classifiche che viaggiano sempre guardando nello specchietto retrovisore, la più aggiornata è sui dati del 2023. Ma già in questo documento europeo si iniziano a vedere i passi in avanti fatti dal Paese, per esempio nella sanità digitale con un punteggio di assoluto rilievo, 83 su 100 , superando così la media europea di 79 su 100, grazie soprattutto alla diffusione più capillare delle cartelle cliniche elettroniche. Un’infrastruttura alimentata anche dalle ricette digitali.

LA TRASFORMAZIONE

«Ne vengono trasmesse più di mille al secondo», conferma Cristiano Cannarsa, amministratore delegato della Sogei, il partner tecnologico della Pubblica amministrazione che ha costruito molte delle infrastrutture digitali che stanno cambiano il volto dei rapporti con il cittadino. Qualche altro esempio? L’Anpr, il registro unico dei residenti in Italia è un’altra di quelle infrastrutture che hanno cambiato le regole del gioco. Ha sostituito 8 mila anagrafi comunali e le ha trasformate in una grande banca dati unica. Per fare cosa? Per esempio un cambio di residenza completamente on line, anche da un Comune ad un altro. Sembra un fatto acquisito, ma solo poco tempo fa, nel mondo analogico, era una trafila non da poco. Ma avere un dato “affidabile” su identità e residenza di un cittadino, rende più facile fornirgli servizi in automatico: la mensa, lo scuolabus, un qualsiasi bonus o una certificazione. La stessa Commissione europea ha riconosciuto l’importanza di strumenti quali Spid e Carta di identità elettronica, sempre più diffusi nel Paese, che vedono già nel 2023 un numero totale di Spid attivi di oltre 37 milioni, e un numero totale di Cie attestato a 39 milioni. A questi si aggiunge l’avvio dell’It Wallet, utile a facilitare l’accesso ai servizi digitali pubblici e creare un portafoglio unico di documenti. Sull’AppIo oggi si può per esempio, caricare la patente evitando di portare con se il documento cartaceo.

La digitalizzazione è anche la via maestra per la sburocratizzazione, tema caro alle imprese. Su questo in Pnrr ha investito molto. Per esempio sul fascicolo elettronico dell’impresa che permette a tutti gli enti pubblici, dai Comuni, ai vigili del Fuoco, dall’Arpa alle Asl, di accedere direttamente ai documenti aziendali, senza la necessità di doverli richiedere ogni volta “disturbando” il lavoro.

IL PASSAGGIO

«Abbiamo semplificato i controlli, una delle oltre 200 semplificazioni già varate delle 600 previste dal Pnrr», spiega il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo. «Chi deve effettuare un controllo su un’impresa deve prima verificare se la documentazione che occorre non sia già stata fornita a un altro ente magari per un altro controllo. Tutto questo», dice il ministro, «semplifica le vita e favorisce la crescita economica». Piattaforme e applicazioni stanno nascendo in ogni comparto pubblico. Prendiamo i concorsi per le assunzioni.

I BANDI

Oggi esiste una piattaforma unica, una App, sulla quale deve registrarsi chi vuole partecipare a un bando di assunzione nella Pubblica amministrazione. Si chiama InPa, e ci sono già 2,8 milioni di cittadini che hanno caricato sul sistema i loro curricula. Un tempo bisognava essere abbonati e accurati lettori della Gazzetta Ufficiale per poter individuare un concorso di proprio interesse, e c’era pure il rischio di non intercettare quello giusto. Oggi c’è un’assistente virtuale basata sull’Intelligenza artificiale, si chiama Camilla, in grado di aiutare un diplomato o un laureato a individuare tra le migliaia di posti messi a bando, qual è quello più adatto agli studi, alle aspettative e al luogo dove si vive o dove si vuole vivere. Altri esempi. Prendiamo la scuola. Chi ha figli ormai è abituato a consultare il registro elettronico per conoscere voti, presenze, compiti. Le iscrizioni, le informazioni sulle scuole, la presentazione per le deleghe per il ritiro dei bambini, sono ormai tutte on line sulla piattaforma “Unica”. Si potrebbe andare avanti a oltranza. Dal contrasto all’evasione fiscale, portato avanti sempre più dall’Agenzia delle Entrate con l’ausilio di algoritmi che incrociano le quasi 150 banche dati a disposizione del Fisco, dalle fatture elettroniche all’Anagrafe tributaria e dei conti correnti, fino a Gedi, l’applicazione che ha automatizzato una buona parte della gestione dei tremila miliardi di debito pubblico italiano. Persino la manovra di Bilancio, per la prima volta, è stata gestita con un procedimento del tutto digitale su una piattaforma pubblica InIt. «La Pubblica amministrazione italiana», spiega il ceo Accenture Italia, Teodoro Lio, «oggi è, in diversi casi, molto più avanti rispetto ad altri Paesi europei anche nell’utilizzo dell’Intelligenza artificiale». Siamo insomma, un Paese più moderno di quanto crediamo o vogliono farci credere. Anche nella burocrazia.


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