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22 e 23 marzo. Per cosa si vota e come funziona


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È iniziato ufficialmente il conto alla rovescia per il referendum confermativo sulla separazione delle carriere. Con l’annuncio di Meloni delle date di apertura dei seggi, fissate per il 22 e 23 marzo, la consultazione entra nella sua fase decisiva. Gli italiani saranno chiamati a confermare o meno la riforma della Giustizia approvata dal Parlamento. Si tratta di una consultazione che, a differenza del referendum abrogativo, non richiede il raggiungimento del quorum per essere valida, sarà sufficiente la maggioranza relativa dei voti espressi.

Che cosa cambia con la riforma

Superato il quarantacinquesimo minuto, la partita sulla separazione delle toghe entra nel secondo tempo. Una sfida che, indipendentemente dal risultato finale, è destinata a incidere sugli equilibri politici. Le squadre del sì e del no prendono forma, con frontwoman e frontman ormai schierati e pronti a guidare la corsa chi verso il sì e chi verso il no. Giorgia Meloni resta bordo campo rispetto all’esito della consultazione, chiarendo di non voler legare le sorti dell’esecutivo al risultato del referendum. Una posizione ribadita più volte ed espressa anche oggi durante la conferenza stampa di inizio anno: «Non intendo dimettermi nel caso in cui gli italiani dovessero dire bocciare la riforma». La riforma, firmata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e approvata integralmente dal Parlamento, interviene sul Titolo IV della Costituzione. La misura introduce una distinzione tra magistratura giudicante e requirente, ovvero tra giudici e pubblici ministeri. Attualmente, pur svolgendo funzioni diverse, giudici e pm seguono lo stesso percorso formativo e possono passare, una sola volta nei primi dieci anni di carriera, da una funzione all’altra. Con la riforma, invece viene prevista a monte una netta distinzione, istituendo due percorsi professionali separati fin dall’ingresso in magistratura. Un secondo intervento della riforma costituzionale è l’introduzione di due Consigli Superiori della Magistratura: uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, superando l’attuale assetto unitario.

Entrambi continueranno ad essere presieduti dal capo dello Stato e saranno composti per un terzo da membri laici e per due terzi da togati. I primi saranno estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento, mentre i secondi saranno sorteggiati tra i magistrati in possesso dei requisiti specifici che verranno poi stabiliti in seguito da una legge ordinaria. La durata dell’incarico sarà di quattro anni, senza possibilità di partecipare a un ulteriore sorteggio.

Infine la riforma introduce anche l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare che si occuperà degli illeciti disciplinari dei magistrati, funzione che di fatto viene tolta dalle competenze dei Csm. L’Alta Corte sarà composta da quindici membri così composti: tre saranno nominati dal Presidente della Repubblica; tre saranno estratti a sorte da un elenco di giuristi redatto dal Parlamento; sei saranno estratti a sorte tra i magistrati giudicanti con vent’anni di attività ed esperienze in Cassazione. Gli ultimi tre, invece, saranno sorteggiati tra i magistrati requirenti con vent’anni di attività e anch’essi con esperienza in Cassazione.


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