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Verso il referendum il 22 marzo, Mossa per anticipare il quesito bis


 La pagina che tiene il conto delle firme raccolte per chiedere il referendum costituzionale segna quota 239mila sottoscrizioni. Ne servono altre 261mila affinché questa nuova istanza, avanzata a dicembre da 15 giuristi, si affianchi a quella già ammessa dalla Cassazione, da parte delle forze di maggioranza. Termine ultimo, il 30 gennaio, a tre mesi esatti dalla pubblicazione in Gazzetta della riforma che punta a separare le carriere dei pm da quelli dei giudici. Dalle parti di Palazzo Chigi, però, non si intende aspettare ancora a lungo. Tra l’originaria ipotesi del 1 marzo e quella di metà aprile, caldeggiata dalle opposizioni, l’esecutivo sembra sempre più convinto dell’opzione del 22-23 marzo. Un termine di «compromesso» che, a quanto riferiscono fonti governative, godrebbe del benestare del Colle.

LA VIA DI MEZZO

L’ultimo atto dell’intricato rebus relativo alle date di voto risale al Cdm pre-natalizio. Qui, nonostante le attese della vigilia, nessuna deliberazione sul referendum è stata approvata. Per le opposizioni, che hanno sostenuto fin da subito la nuova raccolta firme, si è trattato di «un blitz sventato» (quello del ritorno alle urne già a inizio marzo). Per il governo, invece, è stato soprattutto un passo indietro fatto dopo la moral suasion del Quirinale. E non per il timore di eventuali ricorsi al Tar annunciati da parte dei giuristi propositori della raccolta firme. Il motivo che viene addotto è semplice: sia l’indizione dopo la prima ordinanza ricevuta dalla Cassazione, che l’attesa dei tre mesi previsti dalla Costituzione per tutte le eventuali richieste, sono legittime. Per questo il governo non ha intenzione di attendere fino a fine gennaio. La previsione di voto «presumibilmente entro la seconda metà di marzo» (le parole usate da Carlo Nordio nell’ultima intervista al Corriere) è un’opzione sondata con il Colle, che guarderebbe con favore a una soluzione di compromesso tra le istanze del centrodestra e del centrosinistra. Se la strada maestra resterà questa, il governo sarà chiamato a deliberare il referendum in Cdm entro il 18 gennaio, a 60 giorni dall’ordinanza di ammissibilità della prima richiesta da parte della Cassazione.

I NODI A SINISTRA

I sostenitori del “No” cercano di guardare il bicchiere mezzo pieno: «Indipendentemente dalle date, la raccolta di firme servirà ad attivare la mobilitazione dei cittadini», spiega fuor di taccuino un esponente dem. Un modo per attivare i propri, ma anche per contarsi. È sui numeri a sinistra, d’altronde, che si gioca la vera partita del fronte del No. Certo, non manca il supporto della società civile: basti pensare alle diverse associazioni e organizzazioni (in testa Cgil, Arci, Libera, Acli, Anpi) che si sono riunite in un comitato ad hoc. Ma il vero arcano è riuscire a capire quanti “no”dreneranno i partiti del campo largo. Si teme che nel segreto dell’urna più di qualcuno sia intenzionato a votare sì, pure a sinistra: a partire da una parte dei dem (inclusi i riformisti) e gli esponenti di Iv (a cui Renzi ha lasciato libertà in merito). A cui si sommano il Partito socialista e quello liberaldemocratico, oltre che Azione e Più Europa, già favorevoli alla riforma. In questo quadro si inserisce l’iniziativa “La sinistra che vota sì”, in programma per il 12 gennaio. Un evento organizzato dal costituzionalista Stefano Ceccanti, e che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dell’ex presidente della Corte costituzionale, Augusto Barbera, Paola Concia, Tommaso Nannicini e Andrea Romano. Invitati d’onore, fuori dall’universo del centrosinistra, il deputato di Fi Enrico Costa e il presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli. «Noi abbiamo detto fin da subito che avremmo votato sì, prima che il dibattito si polarizzasse», spiega Ceccanti, convinto che un incontro simile aiuterà a rifuggire la politicizzazione tra destra e sinistra. Mentre Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni si preparano all’inaugurazione della campagna per il no del comitato della società civile (sabato a Roma), l’ultima polemica riguarda i manifesti dell’Anm comparsi nelle principali stazioni ferroviarie. Ieri il botta e risposta a colpi di tweet tra la giornalista Gaia Tortora e il sindacato delle toghe: «Chi finanzia la vostra campagna per il No? È costosa. E siete una associazione privata», il post della figlia di Enzo Tortora. «La campagna è promossa e gestita dal comitato Giusto Dire No, le cui attività sono sostenute da contributi dell’Anm ma anche di singoli cittadini iscritti al Comitato, che è di natura civica e infatti è guidato da un docente universitario», la replica. E pensare che il countdown per il voto non è neppure partito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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