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Vannacci, ora il generale di ultradestra diventa la speranza della sinistra


È diventato perfino una voce dell’Enciclopedia Treccani il «vannaccismo», inteso come «posizione politica e ideologica» del generale ex parà e innamorato della Decima Mas. Il quale ora, dopo aver terremotato la Lega e fatto sperare la sinistra (ieri a Montecitorio quelli del Pd non parlavano che di lui dicendo che il suo partito toglierà 2 o 3 punti al centrodestra e «darà la vittoria a noi», mentre i colleghi dei centrodestra minimizzavano: «Non toccherà palla!»), imbocca la fase da aspirante statista e da leader di una destra più destra di tutte. Il suo modello è la tedesca Afd, perché crede che il percorso moderato di Meloni gli lasci spazi elettorali. Ieri Vannacci ha anche lanciato il manifesto valoriale del suo partitello e scorrendolo ci si imbatte in un misto di arditismo e di futurismo, di smoderatismo e di attacco — probabilmente improbabile — al cuore non solo del salvinismo ma soprattutto del melonismo a cui egli oppone «una destra vera, orgogliosa, pura, contagiosa».

WILDE CONTRO WOKE

E’ il generale pacifista e putiniano, mentre l’altra destra è con Kiev e con la libertà dell’Occidente. Ma soprattutto il vannaccismo è quello che più di tutti vuole mostrare di odiare il politicamente corretto, contrapponendo il wilde al woke. Proprio dalla crociata anti-woke è cominciata la parabola del generale, subito sospeso dall’esercito e il suo primo avversario è stato il ministro Crosetto: «Le sue sono solo farneticazioni», ha detto il titolare della Difesa nel 2023. Perché in quell’anno è piovuto sull’Italia il missile Vannacci. Con l’apparizione del libro, pubblicato a sue spese e diventato best seller da oltre 200mila copie («Il mondo al contrario») e il successo di quel siluro ha fatto emergere l’esistenza di un pezzo d’Italia allergica alle retoriche progressiste e pronta ad apprezzare il vannaccismo. E dunque, gli omosessuali? «Sono anormali». La «lobby gay»? Che Dio ce ne scampi! Gli immigrati? Rimandiamoli indietro ed evviva la remigrazione! Patria, onore e disciplina? Ma certo! Il woke? Orrore! Ambientalismo e femminismo? Insopportabili! Destra estrema? Ben venga, addirittura sotto forma di Decima Mas. L’aborto «non è un diritto». I diritti? «Meglio i doveri». E così, il successo personale, poi l’arruolamento nella Lega per le elezioni europee (500mila preferenze, Salvini non ha mai smesso di ringraziarlo e lo ha nominato vicesegretario), la convivenza impossibile con i big del Carroccio, la nascita pochi giorni fa del partitello Futuro Nazionale e l’idea di fare asse nelle urne con CasaPound e con altri movimenti estremi. Perché il rifiuto della mitezza è la bandiera ideologica che Vannacci sventolerà da qui al 2027 per le Politiche e il manifesto valoriale, tra Evola e Marinetti, lo fa capire bene. «L’Italia — vi si legge — è una polveriera pronta a deflagrare e facciamola scoppiare di passione. Basta con l’energia trattenuta». E ancora: «Esiste una parte di italiani, viva, vasta e profonda, che non si riconosce più in una dialettica timida, fatta di tinte spente e di volti smorti, di linguaggi misurati e di vie di mezzo. Nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati».

IL TRAGUARDO

Questa vannacceide tesa come una lama e veloce come un quadro ma apocrifo di Giacomo Balla è servita almeno, dal 2023 a oggi, a far riscoprire alla Lega le proprie radici non di destra. E in ogni cena di partito, anche pochi giorni fa, Zaia fa notare: «L’estremismo diventa sempre più difficile da accettare e la gente non ti vota perché sei arrabbiato, ti vota se le cose funzionano». E il governatore lombardo Fontana: «Vannacci fa rumore, poi il rumore passa e i problemi restano». E via così. Quanto a Meloni, nel suo inner circle il giudizio è netto: «Vannacci è la destra senza freni, il problema è che noi i freni dobbiamo e vogliamo usarli, visto che governiamo».
Vannacci sta provando a portare con se una decina di parlamentati leghisti ma per ora ne ha incassati due. Sta creando le cellule del suo partito nel territorio ma non si vede per il momento l’ondata di entusiasmo. Tranne il suo: «Prenderemo il 12 per cento». Per toccare quella vetta, partirà anche in tour teatrale sulle orme di Beppe Grillo e non stupisca l’accostamento. Il generale, ora anche attore, mira ad acquisire i voti che erano del comico: anti-politici e furiosi. Il suo motto è questo: «Il coraggio vince». Il rischio è che, se l’impresa politico-elettorale dovesse andare male, egli potrebbe finire come il generale Cadorna a Caporetto e prendersela con le proprie truppe «vilmente ritiratesi senza combattere» e «ignominiosamente arresesi al nemico». Il nemico, in questa nuova fase della vannacceide, sarà più a destra che a sinistra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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