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una tassa sulle plusvalenze degli emittenti


Ritocco della tassazione sulle plusvalenze a carico degli azionisti: salirebbe l’aliquota dal 26 al 30%. Imposta di registro commisurata all’operazione di riacquisto. Nuova tassazione sulle plusvalenze maturate dalle società emittenti. Dopo l’accordo per il 2025 e 2026 da 4,4 miliardi sulle DTA, le banche sono tornate sotto tiro di una parte del governo. «Siamo contrari a studiare un modo per fare la persecuzione delle banche, siamo contrari a mettere tasse a chiunque» ha ribadito ieri Antonio Tajani (FI). «Le banche devono pagare le tasse come tutti gli altri, dare un contributo. Io sono sempre stato per il dialogo, non per la linea delle imposizioni».

Il governo cerca di serrare le fila per concretizzare le misure della manovra di bilancio, e nel cantiere aperto a Palazzo Chigi, c’è la prima bozza di lavoro sulle tasse nei buy back con tre opzioni. «Nulla potrà essere fatto senza un accordo tra i rappresentanti del settore bancario e il governo», dice Lando Sileoni, leader Fabi interpretando il sentment dei banchieri, in silenzio, dai quali trapela irritazione perchè si vuole rimettere in discussione l’accordo sulle DTA. La posizione verrà decisa dall’esecutivo Abi del 17 settembre con un mandato al dg Marco Elio Rottigni.

Delle tre simulazioni declinate in un documento di cui Il Messaggero è venuto in possesso, elaborato a Palazzo Chigi dove lavorano anche i tecnici del Mef competente a presentare la legge di bilancio, sembra prevalere l’ultima: la tassazione sulle plusvalenze maturate dove «l’idea è colpire la differenza di valore che potrebbe generarsi qualora le azioni riacquistate, accrescano il proprio prezzo». In questo schema l’imposta diventerebbe «un “conguaglio” a carico dell’emittente, che verrebbe tassato non al momento del buyback, ma alla rivendita dei titoli». E’ l’opzione per cui nelle società che riacquistano le proprie azioni, vengano tassate le eventuali plusvalenze nel caso in cui tali titoli, non annullati, vengano in seguito rimessi sul mercato a prezzi superiori a quello originariamente pagato.

In sostanza, se una società compra oggi azioni proprie a 10 euro e le rivende tra un anno a 12 euro, l’incremento di valore (2 euro per azione) diventerebbe base imponibile di una nuova imposta. Il vantaggio di questa ipotesi è che la tassazione scatterebbe solo nei casi in cui il buyback produca un effettivo guadagno per l’emittente, evitando di colpire operazioni di annullamento o stabilizzazione.

L’ipotesi di alzare l’imposta dal 26 al 30% «colpirebbe tutte le plusvalenze generate dalla vendita di azioni, non solo i guadagni legati ai riacquisti, ma tutte le operazioni di compravendita di azioni. Ciò potrebbe penalizzare i risparmiatori individuali, inclusi i piccoli investitori», riducendo l’appeal del mercato». E colpendo «gli azionisti e non le imprese, non inciderebbe direttamente sulle scelte delle società circa la destinazione degli utili».

Infine nell’ipotesi di imposta di registro sul valore dei buy back, il carico fiscale verrebbe suddiviso tra emittente e azionisti che vendono i titoli: l’effetto sarebbe di disincentivare i buy back ma «ha la criticità sulla definizione della base imponibile — se sul valore lordo delle operazioni o sul prezzo effettivo pagato — e potrebbe aprire spazi di contenzioso». Inoltre, la ripartizione «del prelievo tra società ed azionisti rischia di diventare un tema conflittuale: un onere eccessivo a carico dell’emittente potrebbe ridurre la propensione a effettuare riacquisti anche quando motivati da esigenze industriali legittime; un onere interamente sugli azionisti potrebbe invece ridurne la convenienza economica».


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