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Tra Cina e dollaro debole, la sfida dell’export a caccia di nuovi sbocchi


ROMA L’ultima a preoccuparsi, ma solo in ordine di tempo, è stata la Banca d’Italia. Mentre Giorgia Meloni è volata in Oriente a cercare nuovi mercati e nuove vie di sbocco per le merci italiane, il bollettino economico della Banca centrale, ha ricordato come la Cina stia per lanciare (ma si potrebbe dire che l’ha già lanciata), una vera «offensiva» sul mercato europeo. Italia compresa. E una cosa è certa. Non si potrà dire che l’Europa non l’abbia vista arrivare. L’invasione delle merci cinesi, a cominciare dalle auto, il Vecchio Continente non solo l’ha osservata e continua ad osservarla quasi impotente, l’ha in qualche modo invocata e sicuramente assecondata, smantellando con le politiche ideologiche del green deal i pilastri della propria industria manifatturiera. L’auto è stata il cuore e il motore del progresso economico e sociale del Vecchio Continente. Perdere questa industria sarebbe drammatico. Ma i marchi cinesi, che solo pochi anni fa valevano uno zero virgola del mercato europeo, hanno già superato il 5 per cento. Una corsa rapidissima, se si considera che l’arrembante Giappone, nel secolo scorso, ci mise un ventennio ad arrivare e consolidare una quota del 10 per cento. Le Byd, le Jaecoo, le Omoda, le Lynk, nonostante i dazi del 35 per cento, vengono vendute a prezzi ultra-competitivi difficilmente replicabili dalle case europee, e con una qualità comparabile se non maggiore.

IL PASSAGGIO

Verso l’Europa viene dirottata la produzione cinese sussidiata, che non trova sbocco nell’asfittico mercato interno del Celeste Impero e nemmeno in America, dove le barriere tariffarie erette da Donald Trump stanno facendo effetto. I 1.200 miliardi di surplus cinese, tengono insieme un crollo del 20 per cento delle esportazioni verso gli Usa e un balzo di quasi il 10 per cento di quelle verso l’Europa. Le merci a basso costo possono far felici i consumatori, ma sono una maledizione per il sistema industriale. Ogni auto cinese in più venduta in Europa, è un’auto europea in meno prodotta, con il corollario dei posti persi. Solo un paio di giorni fa, la Bce ha calcolato che negli ultimi tre mesi del 2025, il disavanzo del Vecchio Continente nei confronti della Cina è aumentato da 122 a 177 miliardi di euro. Il surplus europeo nel commercio con l’estero ha iniziato a deteriorarsi. Ma c’è un altro aspetto che, per adesso, ancora sfugge dai radar. Ha a che fare non solo con la Cina, ma anche con l’America di Donald Trump. Non riguarda i dazi, che per ora sembrano avere avuto persino un impatto minore del previsto sulle esportazioni italiane (quelle tedesche hanno risentito di più). Ma ha piuttosto a che fare con l’idea di «svalutare» strutturalmente il dollaro per rilanciare l’economia statunitense. Un’idea portata avanti da Stephen Miran, consigliere economico di Trump, nominato dal presidente americano nel board della Fed. A prescindere da come andrà a finire lo scontro tra Trump e Jerome Powell e la vicenda giudiziaria che ha coinvolto quest’ultimo, un dato è ormai certo.

LA STRATEGIA

Il prossimo governatore della Banca centrale americana porterà avanti una politica monetaria espansiva che indebolirà il dollaro e, di conseguenza, rafforzerà l’euro. E lo farà tra l’altro, in un mercato in cui il prezzo del petrolio è in costante discesa. L’Europa rischia di trovarsi stretta tra due forze non solo deflazionistiche, ma in grado di rendere zoppo il commercio europeo verso il resto del mondo, l’invasione delle merci cinesi a basso costo e un euro forte. Giorgia Meloni lo ha capito e sin da subito ha volto lo sguardo verso nuovi mercati: l’oriente e l’Asia, con il viaggio in Giappone e Corea del Sud, ma anche il Medio Oriente e l’America Latina. E non è forse un caso che nell’ultima asta dei Btp italiani, una quota rilevante della domanda è arrivata dai Paesi arabi. C’è anche questo nel mondo liquido in cerca di nuovi equilibri non solo geopolitici, ma anche economici. Ma torniamo alla doppia spinta deflazionistica delle merci cinesi e del dollaro. C’è anche da chiedersi se la Bce, che nel 2021 e nel 2022, ha sottovalutato la fiammata inflazionistica, non rischi adesso di fare lo stesso errore in senso contrario. In alcune grandi economie, come Italia e Francia, l’andamento dei prezzi è già ben al di sotto del target del 2 per cento. Ma a guidare le decisioni, come non di rado accade, è quello che succede in Germania. Qui il tasso di inflazione è ancora a ridosso del target della Bce, e Berlino si prepara a mettere a terra un piano di investimenti in difesa e in infrastrutture da mille miliardi. Così Isabel Schnabel, il membro tedesco della Bce, ha detto che il prossimo movimento dei tassi in Europa potrebbe non essere al ribasso ma al rialzo. Il governatore francese Francois Villeroy ha bollato l’idea come «fantasiosa». In Europa si andrà pure di fioretto e non di sciabola come Trump con Powell, ma la battaglia sui tassi è appena cominciata e non è un’esclusiva americana.


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